| Feste religiose in Diocesi. Orientamenti e norme |
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| Scritto da don Pietro Jura | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| giovedì 17 aprile 2008 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino
Le feste religiose in Diocesi. Orientamenti e norme.
2003
Affido ai Voi Pastori d’anime questo documento che ritengo indispensabile, per proporre ai nostri fedeli
Il 1° Gennaio 2003 il documento diventa norma della Diocesi e tutti vi si devono adeguare sotto la guida e la responsabilità dei Vicari foranei.
Premessa Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo (NMI 43). Così Giovanni Paolo II ci ha indicato la strada da percorrere al termine del grande Giubileo del 2000. Su queste indicazioni abbiamo fissato lo sguardo per promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, dove si costruiscono le famiglie e la comunità (ivi). Vogliamo così cogliere il mistero della Trinità che abita in noi, cogliendone la luce in ogni fratello che ci sta accanto, avvertendolo come qualcuno che ci appartiene per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e propria amicizia (ivi). La festa diventa così un momento privilegiato per sperimentare una tale spiritualità, per coglierne gli aspetti più autenticamente umani che ci avvicinano gli uni gli altri, per umanizzare la vita. In particolare poi questo avviene nelle feste religiose che costellano la vita delle nostre comunità, scandendone significativamente il tempo. Le feste che si promuovono nella nostra Chiesa locale sono numerosissime e, nella massima parte dei casi, si celebrano in onore della Vergine Maria e dei Santi, a testimonianza di una fede con radici antiche che si proiettano nel presente. Tali feste sono organizzate in genere da appositi comitati che costituiscono una presenza caratteristica nella nostra diocesi. Sono giornate che richiamano nell’animo di moltissime persone tradizioni sedimentate nel tempo: vi è un grande concorso di popolo, soprattutto degli emigrati o di quanti non vivono più abitualmente nel paese d’origine, ma in queste occasioni vi ritornano volentieri e numerosi, anche per ridestare un’identità e un’appartenenza, spesso sbiadita dalla lontananza più o meno forzata. Questo aspetto che da tempo occupa le riflessioni del Presbiterio, dei Centri pastorali e degli Organismi di partecipazione, è emerso in modo esplicito non solo nelle relazioni vicariali della Traditio/Redditio della Visita pastorale ma è stato anche confermato dalla esperienza vissuta con nostri emigrati, nella recente visita pastorale del Vescovo in Canada. Proprio per questo, con molto rispetto ed attenzione ai bisogni e alle esigenze spirituali dei fedeli, vengono offerti in questo documento alcuni orientamenti e indicazioni il cui scopo è anzitutto quello di riscoprire e valorizzare tutte le valenze presenti nelle feste religiose ed inoltre evidenziare come esse siano spazio favorevole per la Nuova Evangelizzazione, per un autentico cammino di fede nella pratica dei Sacramenti e per una vita ecclesiale aperta alla solidarietà. Inoltre, vogliamo richiamare l’attenzione di tutti al fatto che le considerazioni che seguono non vogliono manifestare scarso apprezzamento nei confronti di ciò che costituisce una ricchezza del popolo di Dio: la pietà popolare contiene autentici valori e può favorire l’impegno di conversione (cf. Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti: Direttorio su pietà popolare e liturgia, 2002).
1. Significato e valore della festa
L’uomo di sempre, ma forse l’uomo d’oggi in maniera particolare, ha avvertito e avverte fortemente il bisogno di fare festa. La festa infatti è un’istanza fondamentale sia personale che sociale e appartiene alla storia e alla cultura di ogni popolo e di ogni tempo. La festa non è mai un evento di una sola persona, ma di un gruppo, di una comunità, di un popolo. Si fa festa per fare memoria di un avvenimento che ha segnato la storia e le vicende di un popolo. Lo si fa per tramandarne il ricordo e quindi per sottolinearne la portata nell’oggi; per alimentare una speranza; per coglierne le lezioni di vita per l’oggi. In questa prospettiva la festa ha una forte dimensione sociale: mira alla manifestazione e alla coesione dell’identità collettiva e a rafforzare i vincoli dell’appartenenza ad un gruppo o ad una comunità. Mettersi in festa comporta una rottura con la ferialità di tutti i giorni per riscattarne la monotonia, la noia e la ripetitività e superare così la tendenza a rinchiudersi nel privato, il tutto per incontrare gli altri e unirsi a loro e socializzare. Quanto più l’automazione del mondo moderno, la fretta che caratterizza una società preoccupata dalla produzione e dal profitto e il consumismo esasperato rendono tutti i giorni uguali e spesso pesanti, tanto più cresce il bisogno di un tempo diverso che si caratterizzi per il riposo, la gratuità, la gioia dell’incontro e un più forte senso di solidarietà. Un tale tempo ha anche il compito di richiamare alla mente di tutti i cristiani il tempo definitivo, quello della grande festa che il Padre sta preparando per ciascuno di noi di cui la gioia che proviamo nella celebrazione delle feste è soltanto un pallido intravedere. All’esigenza della interruzione con il quotidiano è legato un ulteriore elemento della festa, quello di gesti e di momenti di alto spessore simbolico, destinati cioè ad esprimere sentimenti, o atteggiamenti interiori, che vadano oltre l’utilitarismo immediato e abbiano un richiamo forte a valori profondi personali e collettivi; ad esempio il ritrovarsi insieme nella convivialità, la meraviglia e lo stupore, la gioia di manifestazioni collettive, ecc.
La festa cristiana non sfugge a questa logica e non s’allontana da questi moduli: li valorizza e li esalta con specifiche connotazioni che le derivano dall’esperienza propria della fede. La comunità cristiana non può non fare memoria dell’evento da cui è nata e di cui essa vive. Questo evento è la Pasqua di Cristo. La sua morte e risurrezione, infatti, costituisce l’avvenimento che ha segnato l’origine e vita della Chiesa. "Cristo è morto e risorto" afferma Sant’Agostino rifacendosi al vangelo di Giovanni (cf. 19, 25) "per raccogliere i figli di Dio che erano dispersi e fame un solo popolo". Da quest’evento ha preso origine, fin dai tempi apostolici, la domenica, che, come ricorda il Concilio, è la festa primordiale che i cristiani, sono chiamati a celebrare ogni otto giorni, nel giorno dopo il sabato, per fare memoria della risurrezione del Signore. Come si compie questa memoria? E’ ancora il Concilio a dare la risposta: anzitutto ritrovandosi insieme come comunità, per ricordare quanto Gesù ha detto e fatto per la salvezza degli uomini - mediante la lettura di quanto contenuto nelle Scritture - ma soprattutto per ripetere, nel gesto simbolico di un pasto fraterno, sua Cena pasquale, sacramento del suo sacrificio pasquale (cf. Sacrosanctum Concilium n. 6; 106). La convivialità, che si esprime in pienezza nell’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del Signore, è destinata a prolungarsi e a concretizzarsi in ulteriori gesti di solidarietà, di fraternità e di servizio. Anche la gioia e il riposo sono elementi derivanti e quindi integranti del fare festa, se si vuole che essa si configuri davvero come un tempo diverso.
Per i cristiani la festa è Cristo, e fare festa è prima di tutto celebrare il suo Mistero pasquale. Questo si realizza in maniera evidente anche nelle celebrazioni della Vergine Maria, Madre di Cristo e collaboratrice della Redenzione e nelle feste dei Santi (cf. SC 103-104). Questi sono l’irradiazione concreta e perenne del Mistero pasquale che, pur compiutosi in Cristo continua a manifestarsi come sempre vivo e attuale in coloro che lo hanno seguito come discepoli sono partecipi della sua gloria. In questa prospettiva Maria e i Santi sono i nostri fratelli, nostri amici, i nostri modelli e patroni. Prendono così significato e assumono grande importanza le feste che si celebrano in loro onore. Ogni comunità ha scelto qualcuno d’essi come speciale protettore, per contemplarne la vita, per mettersi alla sua scuola, per essere sostenuta nella fede, nella speranza e nell’amore nel su pellegrinaggio verso la Pasqua eterna. La scelta ha radici lontane e trova le sue ragioni nella genuina tradizione ecclesiale. Celebrando le loro feste, la Chiesa non li sostituisce a Cristo e tanto meno li mette al posto di Colui che è l’unico Signore, il Santo per eccellenza, ma li vede alla luce di Lui e li contempla come irradiazione della sua gloria. Così le feste di Maria e dei Santi hanno valore soltanto alla luce del Mistero pasquale di Cristo, di cui sono attualizzazione storica. Tenendo ben fermo questo principio, sarà facile dare il giusto valore al culto delle reliquie, alle immagini sacre, inserendo le processioni in quel pellegrinaggio che simboleggia tutta la nostra vita sulla terra. Come pure l’attenzione al calendario romano potrà mostrare ai fedeli il carattere d’universalità della Chiesa.
1.4. Istanze per un’autentica festa cristiana Non è la stessa cosa organizzare in una comunità una festa profana, ovvero una festa religiosa in onore della Vergine Maria o del Santo patrono. Se si vuole - come dovrebbe essere - che la festa religiosa si trasformi in un’esperienza di fede e di comunione, di crescita comunitaria e d’impegno cristiano, è necessario che siano rispettate e concretamente tradotte in atto alcune istanze che ne qualifichino la natura e quindi lo svolgimento. Sotto questo profilo s’impongono un’opera d’educazione e qualche cambiamento che, senza nulla togliere agli elementi validi di una tradizione spesso plurisecolare, apportino qualche modifica e correzione. Ciò si rende necessario oltretutto nell’attuale situazione sociopastorale di secolarizzazione e quindi di crisi della fede e d’oscuramento dei valori morali, se si vuole che anche attraverso esperienze di questo tipo, si dia un contributo alla nuova evangelizzazione e al rinnovamento personale ed ecclesiale voluto dal Concilio Vaticano II.
Si richiede, anzitutto, che le feste religiose diventino sempre più un’esperienza di fede autentica e quindi momento di evangelizzazione, di concreto annuncio della buona notizia di Gesù. Ci riferiamo ad una fede autentica e non ad un vago sentimento religioso, che si esaurisce facilmente in una spinta emotiva o in semplici gesti di vaga religiosità che possono degenerare talvolta nell’esteriorità, spingendosi fino al fanatismo e persino alla superstizione. Non è difficile rendersi conto che alcune feste, nate nel contesto agricolo e della pastorizia del passato, sono legate all’avvicendarsi delle stagioni, soprattutto della primavera e dell’estate, alla raccolta dei frutti della terra e del lavoro dell’uomo e hanno lontane origini pagane caratterizzate da riti di carattere propiziatorio o di ringraziamento. Sono state in qualche modo cristianizzate con manifestazioni religiose che, in un contesto di cristianità, hanno alimentato una certa devozione, garantendo un costume e una tradizione sufficienti per esprimere il senso dell’appartenenza cristiana. Non bisogna meravigliarsi di tutto ciò: anzi siamo nel pieno della tradizione biblica. Anche le feste dell’AT, quelle della tradizione mosaica e quelle che ancor oggi connotano il calendario dei nostri fratelli ebrei, sono una compiuta e sapiente rielaborazione nella fede del Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, di feste molto più antiche cui è stato via via attribuito nuovo e più pregnante significato. I cambiamenti avvenuti a riguardo anche tra noi, sotto la spinta della secolarizzazione, esigono sotto questo profilo un impegno più forte e qualificato di ripensamento e di rinnovamento, che non sia soltanto quello di una mera purificazione da aspetti ed elementi ambigui o negativi, ma, in positivo, di ricerca e di proposta per educare ad una fede più matura e operosa. Una fede che sia sempre più adesione convinta alla persona, all’insegnamento, alle opere di Cristo; una fede che nasca e s’alimenti alla Parola di Dio e si trasformi in un cammino personale e comunitario di conversione e quindi di fedeltà operosa al messaggio evangelico. Una fede, ancora, che guardando alla testimonianza di Maria e dei Santi diventi imitazione della loro vita. In passato quest’istanza era garantita soprattutto dal cosiddetto "panegirico" fatto da un predicatore che la proponeva, in toni spesso altisonanti e con accenti che facevano leva sul sentimento e sulla devozione, ricorrendo talora all’aneddotica e alla leggenda. Oggi questo non è pensabile. Si esigono forme nuove d’annuncio e di catechesi con carattere di maggior serietà e continuità, che valorizzino la preparazione e i momenti forti della festa e attingano alle Scritture, al Magistero e alla genuina Tradizione della Chiesa e diventino momento forte per realizzare itinerari di fede in sintonia con l’anno liturgico. E’ opportuno qui richiamare l’esigenza assoluta che tali forme di religiosità popolare facciano percepire l’afflato biblico, essendo improponibile per i cristiani che ci sia una festa che alla Bibbia non faccia riferimento. E ciò richiede anche una certa fantasia e creatività pastorale, oltreché aderenza alla situazione e alle istanze della nostra gente, che va gradualmente e concretamente educata alla fede.
La seconda istanza per un ripensamento delle feste attiene alle forme di culto che sempre sono legate alla celebrazione della festa cristiana. A tale riguardo occorre tenere ben presenti criteri e orientamenti che la Chiesa ha voluto darsi con la riforma e il rinnovamento della liturgia promossi dal Concilio Vaticano II. Il punto nodale della questione riguarda il primato e la centralità della liturgia, azione di Cristo che, attraverso segni sensibili ed efficaci, fa dono ai credenti dello Spirito Santo per salvarli, santificarli e abilitarli al culto gradito a Dio (cf. SC 7). In questa prospettiva la celebrazione Cristiana dell’Eucaristia in particolare e dell’anno liturgico, con la centralità della domenica, è azione sacra per eccellenza. Le forme devozionali, che pure hanno un loro significato e valore, le devono essere subordinate e vanno con essa armonizzate, in modo che anche praticamente e di fatto non oscurino il primato della liturgia (cf. SC 13). Questo, ad esempio, può avvenire quando concretamente si dà più rilievo alla processione che non alla celebrazione dell’Eucaristia, alle preghiere devote anziché a quella liturgica, che è preghiera di Cristo e del suo Corpo mistico che è la Chiesa. A tal proposito è opportuno richiamare l’attenzione sulla necessità di superare l’equivoco che la liturgia non sia popolare: proprio il rinnovamento conciliare ha inteso promuovere la partecipazione del popolo nella celebrazione liturgica favorendo quei modi e quegli spazi (canti, letture, ecc.) che in altri tempi hanno invece stimolato la nascita di una pietà popolare (preghiere, pii esercizi, ecc.) in qualche modo alternativa. Non è raro vedere nelle nostre chiese persone anziane che durante la celebrazione dell’Eucaristia recitano il rosario: è l’eredità di tempi molto diversi dai nostri. Se la domenica, festa primordiale perché giorno di Cristo e della Chiesa in quanto memoriale del Mistero pasquale, è facilmente e con leggerezza oscurata dalla celebrazione di un Santo, come può affermarsi nella coscienza dei fedeli il primato di Cristo Signore? Per questo il Concilio stabilisce che nessun’altra solennità le debba essere anteposta. Come è pensabile, allora, che si celebrino feste di Santi o della stessa Vergine Maria in alcune solennità grandissime come l’Ascensione e la Pentecoste? Come è giustificabile soppiantare le domeniche di Pasqua o quelle della Quaresima occupandole con feste dei Santi? Questo non deve essere percepito in termini d’esclusione o di contrapposizione o ancora d’emarginazione, quanto invece nella linea della valorizzazione delle non poche ricchezze della pietà popolare che nelle feste trova una delle sue più tipiche espressioni.
1.7. La festa momento di condivisione e di solidarietà La terza istanza riguarda la connessione che deve porsi sempre più stretta tra la celebrazione della festa e la solidarietà. Non è semplice dovere morale, prova del nostro coraggio, occasione per acquisire meriti, o altro ancora. E’ il luogo che rende visibile e credibile la fede e la preghiera; il luogo della manifestazione di Dio e del suo Amore. Una comunità che fa festa, è una comunità che esprime attenzione e sensibilità verso le realtà di povertà e di bisogno del territorio. Ogni festa che accoglie quest’istanza, manifesta una dimensione costitutiva dell’essere Chiesa: la carità. Un impegno che deve coinvolgere tutti, in modo particolare chi organizza la festa, nel creare occasioni e momenti di riflessione, d’aiuto e di sostegno ai bisogni primari della comunità, come pure ai problemi d’emarginazione e di povertà del territorio, rispetto ad una società consumistica, dominata dalla prevaricazione e dalla paura dell’altro.
La condivisione non si realizza a parole, ma nel farsi carico di momenti difficili, nel vivere con intensità le relazioni umane, per realizzare un nuovo stile di vita. Si tratta d’impegnarsi ad animare e ad educare il territorio alla condivisione e alla solidarietà con una serie d’iniziative. Quali? Alcune proposte: promuovere un incontro significativo in riferimento ad uno dei problemi di emarginazione; organizzare pesche di beneficenza con il coinvolgimento dei giovani; visitare gli ammalati della parrocchia; contribuire e sostenere le opere della caritas parrocchiale e di quella zonale; condividere qualche progetto di aiuto di un paese del terzo mondo, ecc.
b) L’organizzazione dello svolgimento delle feste è in genere affidata a comitati formati da fedeli della comunità. Anche questa è una forma di partecipazione alla vita ecclesiale e civile che merita d’essere riconosciuta e incoraggiata. Per questo è necessario che quanti ne fanno parte siano persone attente e partecipi alle esigenze della vita e della missione della Chiesa e alle istanze del territorio, e che prestino il loro servizio gratuitamente. E’ compito dei pastori assicurare loro un’adeguata formazione cristiana con opportune iniziative promosse anche a livello diocesano, particolarmente nei tempi forti dell’Avvento e della Quaresima, in vista di un’unità di intenti e d’indirizzi secondo gli orientamenti presenti in questo documento e le istanze del Progetto pastorale diocesano.
c) Presidente del comitato sarà sempre il parroco o il rettore della chiesa in cui si svolge la festa (cf. Lettera del Presidente del Consiglio del 10 luglio 1946, n. 7225/37725/2-5). Tra i membri dello stesso dovranno essere scelti un vicepresidente, un segretario e un cassiere che formeranno il "direttivo". Del comitato farà parte di diritto un membro del consiglio degli AA. EE. della parrocchia o della rettoria designato dal consiglio stesso. L’elenco completo dei membri del comitato, dovrà essere presentato dal parroco all’ordinario diocesano, tramite l’Ufficio Liturgico Diocesano, per l’approvazione. Il comitato decade con la fine della festa. Spetta al parroco confermarlo o rinnovarlo. Uno dei compiti del comitato è quello di raccogliere le offerte presso i fedeli per lo svolgimento della festa. Autorizzare la colletta o questua è di competenza della Curia diocesana. Il parroco, avuta l’autorizzazione, rilascerà agli incaricati un apposito documento di riconoscimento. In caso contrario l’autorità ecclesiastica competente provvederà ad agire in base a quanto prescritto dall’art. 33 della Legge del 24 novembre 1981, n. 689. Occorre tenere presente che la legge concordataria autorizza le questue solo per scopi di religione o di culto. Pertanto in caso d’irregolarità il Presidente del comitato ne risponderà davanti alla legge canonica e civile.
d) Dove per antica consuetudine, i membri del comitato sono designati dall’Amministrazione comunale, dalle Confraternite o da altri enti, prima della nomina dovrà essere richiesto il parere del parroco e del cappellano, fermo restando che anche in questo caso la presidenza dovrà essere sempre affidata al parroco o al rettore della chiesa. E’ chiaro che anche tali comitati dovranno attenersi alle presenti disposizioni.
e) Le autorizzazioni per lo svolgimento della festa devono essere richieste ed ottenute dal competente ufficio della Curia (quello Liturgico), almeno quindici giorni prima.
f) Alla domanda, in duplice copia, occorre allegare la seguente documentazione: L’autorità diocesana, qualora al momento della presentazione e della verifica del consuntivo si rendesse conto che sono state disattese le presenti disposizioni si riserva di non autorizzare per il futuro manifestazioni esterne della festa.
g) Quanto alle questue o collette che si usano fare per le feste si stabilisce quanto segue:
Si ricorda finalmente, che nella stipula dei contratti con ditte o enti che danno il loro apporto allo svolgimento della festa, è necessaria la presenza e la firma del presidente del comitato. Se questi è impossibilitato sarà supplito dal vicepresidente. Occorre, infatti, che tutto si svolga secondo le presenti disposizioni e in conformità con le leggi canoniche e civili, per non incorrere in spiacevoli inconvenienti e nelle pene previste dalla legislazione. Tutto ciò anche per favorire una gestione economica della festa trasparente ed onesta che dovrà essere, all’occorrenza, resa nota a tutta la comunità, la quale ha diritto di conoscere come sono state impiegate le offerte date per lo svolgimento dei festeggiamenti.
2.3. Le processioni
2.4. Le bande, le orchestre e gli spettacoli
La partecipazione della banda musicale allo svolgimento della festa è elemento tradizionale e presenta aspetti positivi per creare l’atmosfera di gioia e favorire l’aggregazione della gente.
Conclusione
Questo documento, soprattutto nella parte normativa, è da ritenersi parte integrativa e vincolante del Progetto pastorale diocesano ed è scaturito direttamente dalla Lettera pastorale "Gesù nostra speranza" del 2 Dicembre 2000, consegnataci dallo stesso Santo Padre in Piazza San Pietro. Preparato, dopo ampia consultazione, dai Centri pastorali, sottoposto all’esame degli Organismi ecclesiali di partecipazione, ed in particolare del Consiglio presbiterale della Diocesi, viene ora promulgato con l’autorità del Vescovo. Andrà in vigore l’8 Settembre, a conclusione del Convegno Ecclesiale. Le disposizioni in esso contenute dovranno essere sottoscritte da ciascun comitato che organizza, nel nostro territorio, le feste religiose prima della firma di ciascun contratto. In caso di palese inadempienza questo si riterrà automaticamente rescisso. Sarà premura dei parroci, dei rettori di chiesa o cappellani di confraternite, portarlo a conoscenza dei comitati delle feste e della comunità cristiana, spiegandone il significato ed il valore, per favorire così un autentico rinnovamento nella mentalità e nella prassi pastorale.
Appendice Riteniamo che sia molto importante allegare come parte integrante al Documento sulla Pietà popolare, la "Lettera ai Parroci" che il Vescovo ha inviato loro, in occasione della tragedia avvenuta nel comune di Veroli, il 18 maggio 2000 per lo scoppio della fabbrica di fuochi d’artificio ove persero la vita tre persone.
Carissimo confratello parroco, ho ancora pieni gli occhi ed il cuore dello scenario che mi si è offerto dinnanzi, a Veroli, ieri 18 maggio, dopo l’esplosione della fabbrica dei fuochi d’artificio. Agghiacciante. Non è rimasto intatto nulla; tutt’intorno pietre scomposte e dolorosi segni di morte. In un attimo, mentre ero raccolto in preghiera, sono riecheggiati dentro di me gli scoppi dei bengala, il ritmare dei mortaretti, i colpi secchi dei botti oscuri; ho rivisto le campane di luci variopinte aprirsi, soffici, in cielo... ed una tristezza infinita mi ha pervaso, al pensiero che per produrre quegli scoppi di festa, tre persone dilaniate erano davanti a me, pietosamente coperte da un lenzuolo bianco intriso di sangue. Per far festa, questo genere di festa, il prezzo è stato alto e nessuna "questua" di paese potrà mai pagarlo, potrà mai restituire quelle vite. Eppure, si dice tra la nostra gente, che si spara per lodare Dio, il Signore Gesù, la sua Madre Santissima e i suoi Santi. Ma lo sperpero di tanto denaro o la gara a chi spara di più e di meglio, potrà mai lodare e benedire Dio e i suoi Santi? Potrà mai ingraziarsi la divinità chi dimentica i piccoli ed i poveri, pensando solo al proprio divertimento? Fratello mio Sacerdote, gli eventi, poco o tanto dolorosi che siano, certo non li produce il Signore ma, nella sua Misericordia, li coglie come occasione per educare il suo Popolo a convertirsi. Ricorda quanto diceva Gesù a proposito della torre di Siloe crollata sui 18 operai (cf. Lc 13, 2-5). Come buon Pastore che si prende cura del gregge, Ti chiedo di leggere questa mia lettera ai nostri fedeli durante l’omelia, cercando di far capire loro quanto essi siano lontani dalla salvezza, se riducono la gloria di Dio solo ai botti, ai fuochi e agli spari: la gloria di Dio è l’uomo vivente! Sottolinea che la esagerata spesa per i fuochi d’artificio è uno schiaffo umiliante a quanti hanno fame nel mondo o sono affetti da morbi terribili... Supplica la Tua gente che si converta e comprenda che il "botto più grosso" che potrebbero sparare, è impegnare il tempo, il denaro e l’energia delle feste a servizio dei poveri, dei giovani, degli anziani. Questo sì che sarebbe un "botto grosso" e di grande effetto con cui fare a gara con gli altri comitati! Aiutali ad entrare, col tempo, in questa mentalità. Tuttavia, vorrei che si esprimesse il nostro rispetto per questa categoria d’onesti lavoratori che non può essere penalizzata per gli incidenti che accadono, al contrario, chiedo alle Autorità che si facciano carico del disagio e del rischio di questa categoria aiutandoli, per esempio, con provvedimenti che contribuiscano alla riconversione proficua dell’attività. Non dovrebbe essere difficile. Da parte nostra, Comunità Cristiana, mentre dobbiamo chiedere perdono per aver incentivato questo genere di mercato, da subito dobbiamo cominciare a costituire un fondo di solidarietà per le famiglie Belli e Scarsella, attingendo alle spese previste per i "fuochi" delle nostre feste di quest’anno. La Diocesi, noi sacerdoti ed io stesso, in segno di riparazione per non aver avuto il coraggio profetico di frenare questo modo pagano di lodare Dio ed i suoi Santi, apriamo il fondo di solidarietà con 30.000.000 di lire. Sarà mia cura, con il Consiglio Presbiterale, preparare un documento che disciplini le nostre feste popolari, tanto ricche di pietà e fede, aiutandole però a cercare Dio ed il suo Regno. Si uniscono, offrendoci tanta solidarietà, i Vescovi della Provincia di Frosinone, Mons. Luca Brandolini, Mons. Francesco Lambiasi e il Padre Abate di Montecassino, Mons. Bernardo D’Onorio, colpiti come noi per l’evento così doloroso.
Il sottoscritto Sac. .......................................................................... Parroco della Chiesa di ................................................................... in .................................................................................................
chiede l’autorizzazione a codesta Curia Vescovile per indire una questua ..................................................................................................... per l’incremento del culto e per opere di beneficenza.
Tali festeggiamenti avranno luogo nei giorni ......................................
Data ..........................
Il Parroco ..........................
Si allega:
Vista la legge canonica e civile, ai cui ai sensi le feste religiose dipendono
allo scopo di raccogliere fondi da destinarsi all’incremento del culto ........................................................................................................ e
membri del Comitato dei festeggiamenti i signori: ........................................................................................................ ........................................................................................................ ........................................................................................................ ........................................................................................................ ........................................................................................................
Data ....................
..............................
_____________________________________
Parrocchia ......................................................................................... Chiesa ............................................................................................. Festa ............................................... del ..........................................
Lì ................................................. Il Capofesta Il Parroco ..................................... ..................................... L. † S.
Visto dalla Curia Vescovile
Chiesa ......................................................................................... Festa .................................................. del ...................................
Lì ................................. Il Capofesta Il Parroco ................................. .......................... L. † S.
Visto dalla Curia Vescovile
Il sottoscritto ...................................................................... nato a .................................................. il .......................... e residente in ..................................................................... Via .................................................................................... Codice fiscale .....................................................................
ai sensi dell’art. 69 del T.U.L.P.S. R.D. 18 giugno 1931 n. 773 l’autorizzazione
di poter tenere nei giorni .........................................................................
Con osservanza.
Lì ........................
Il Parroco ...........................
Si allega: · programma delle manifestazioni in duplice copia sottoscritto dal Presidente; · autorizzazione per l’accensione dei fuochi d’artificio; · autorizzazione per l’installazione d’impianti luminosi; · dichiarazione d’agibilità del palco; · nulla osta della SIAE; · ricevuta di versamento della tassa di concessione governativa; · marca da bollo per l’autorizzazione.
____________________________________
Illustrissimo Signor Sindaco, il sottoscritto ............................................................................ Parroco della Chiesa di .............................................................. in ...........................................................................................
L’autorizzazione ad occupare il suolo comunale in piazza .............................................................................................. per installare un palco che serve per il giorno ..............................
altresì l’autorizzazione ad installare i pali per l’illuminazione lungo la via ..............................................................................................
Con osservanza.
Lì ....................
Il Parroco ......................
Illustrissimo Signor Sindaco,
a norma delle vigenti disposizioni di Legge e per i provvedimenti di sua competenza,
Il corteo sacro si muoverà dalla Chiesa (parrocchiale) di ...................................... alle ore ............................ circa, e percorrerà il seguente itinerario:
Via/P.zza .......................................................................................................
Colgo l’occasione per invitare la S.V. a presenziare alle manifestazioni
Lì ............................
Il Parroco ............................ |
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