Melodiare pallido e assorto
di Alberto Turco
La definizione esatta del gregoriano, estendibile ovviamente anche agli altri repertori liturgici antichi dell'Occidente, come l'ambrosiano, è quella di "monodia della Parola rituale".
Il gregoriano è, anzitutto, una monodia legata inscindibilmente a dei testi; nello specifico a testi latini in prosa, desunti, per la maggior parte, dalla Bibbia, specialmente dal libro dei Salmi. Un "canto", dunque, e non "musica" o "melodia pura"; un canto rituale, quello "proprio" della liturgia della Chiesa romana, che ha la qualità primaria di essere preghiera, sia quando si fa annuncio della Parola di Dio nella proclamazione delle letture o azione di grazie nella solenne preghiera eucaristica, sia quando diventa voce orante della comunità ecclesiale, che sente l'anelito di dialogare con Dio, per manifestargli l'ossequio della riconoscenza e per implorare da lui la benedizione.
Al gregoriano va riconosciuta una profonda religiosità: fino a oggi, è il solo canto che abbia incarnato lo spirito più genuino della fede cristiana occidentale, frutto di una matura esperienza di comunicazione con la divinità e di pratica corale. Per queste due ragioni fondamentali e peculiari, la Chiesa cattolica ha sempre dichiarato come suo canto proprio la monodia gregoriana.
Sette ragioni per dire che il primo è anche l'ultimo
di Inos Biffi
Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale: se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione: tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
Vexilla regis prodeunt
di Inos Biffi
Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L'autore, Venanzio Fortunato - nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come "il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi" (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall'abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall'imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come "il vessillo del Re" (vexilla Regis), come "un luminoso mistero" (fulget Crucis mysterium).
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