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Servitore di una liturgia cosmica

benedetto-xvi-12.jpg Il volume Omelie. L'anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, Papa (Milano, Scheiwiller, 2008, pagine 280, euro 18) viene presentato mercoledì 5 novembre a Roma nella Sala del Cenacolo di Palazzo Valdina da Sandro Bondi, ministro italiano per i Beni e le attività culturali, dal cardinale vicario emerito della diocesi di Roma - del quale anticipiamo l'intervento - e dal curatore del libro di cui pubblichiamo la prefazione.

di Sandro Magister

Le omelie liturgiche sono una vetta del pontificato di Benedetto XVI. La meno frequentata e conosciuta. Di lui hanno fatto notizia e rumore la lezione di Ratisbona, il libro su Gesù, l'enciclica sulla speranza. Molto meno, pochissimo, le prediche che egli rivolge ai fedeli nelle messe che celebra in pubblico. Eppure, senza le omelie, il magistero di questo Papa teologo resterebbe incomprensibile. Così come senza di esse non si capirebbero un san Leone Magno, il primo Pontefice di cui sia giunta a noi la predicazione liturgica, un sant'Ambrogio, un sant'Agostino, tutti quei grandi pastori e teologi, colonne della Chiesa, che Joseph Ratzinger ha per maestri.
Anzitutto le omelie sono quanto di più genuino esce dalla mente di Papa Benedetto. Le scrive quasi integralmente di suo pugno, talvolta le improvvisa. Ma soprattutto imprime in esse quel tratto inconfondibile che distingue le omelie da ogni altro momento del suo magistero:  il loro essere parte di un'azione liturgica; anzi, esse stesse liturgia.

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Atteggiamenti: stare inchinati

L'Abc della Liturgia/63

Il corpo nella liturgia: gli atteggiamenti

Stare inchinati – inchinarsi

L’inchino o l’atto di inchinarsi esprime benevolenza, ascolto, riverenza e onore, disponibilità ed attenzione. In questo senso il primo che s’inchina non è l’uomo, ma Dio: egli si china per vedere, ascoltare, aiutare, in atteggiamento d’amore, misericordia, perdono e servizio. Anche l’uomo è chiamato ad inchinarsi per esprimere ascolto attento e disponibile, riverenza, amore fiducioso, umiltà, per manifestare il proprio pentimento.

Il nuovo OGMR dice che con questo gesto s’indicano la riverenza e l’onore che si danno alle persone o ai loro segni. Vi si distinguono due specie d’inchino, del capo e del corpo:
* l’inchino del capo si fa per riverenza, davanti alla croce e davanti all’immagine sacra; davanti a chi presiede la celebrazione; nominando insieme le tre divine Persone (per esempio, al “Gloria al Padre…”); al nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa;
* l’inchino di tutto il corpo, o inchino profondo (fino a metà del corpo) viene fatto dal sacerdote davanti all’altare all’inizio e alla fine della celebrazione (a meno che genufletta davanti al tabernacolo); mentre si dicono “le preghiere «Purifica il mio cuore» e «Umili e penitenti» prima di lavarsi le mani; nel Simbolo (Credo) alle parole «E per opera dello Spirito Santo»; nel Canone Romano, alle parole: «Ti supplichiamo, Dio onnipotente». Il diacono compie lo stesso inchino mentre chiede la benedizione prima di proclamare il vangelo” (OGMR 275); ancora, il sacerdote, alla consacrazione, s’inchina leggermente mentre proferisce le parole del Signore. Infine, anche i concelebranti, dopo l’elevazione del pane e del vino, mentre il presidente genuflette, si inchinano con tutto il corpo.

Si sottolinea anche che i fedeli “che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione” (ORGM 43).

Anche prima di ricevere il Corpo del Signore, tale gesto dovrebbe imporsi, purché non disturbi gli altri e non ostacoli la processione.
Infine, è il comportamento che l’assemblea assume quando il presidente celebrante implora su di essa la benedizione di Dio: in questo modo essa riconosce da una parte la propria indigenza e si dispone ad accogliere il dono della “benedizione”.

(Pubblicato su "Lazio Sette", 2 novembre 2008, p. 7)

 
Atteggiamenti: stare in ginocchio

L'Abc della liturgia/62

Il corpo nella liturgia: gli atteggiamenti

Stare in ginocchio – inginocchiarsi
(Prima Parte)

Davanti a Dio, l’uomo s’inginocchia. San Paolo Ap. lo ricorda ai cristiani: “Per questo, io piego le ginocchia davanti al Padre” (Ef 3, 14). Meno usata di una volta, la posizione di pregare in ginocchio o l’atto di inginocchiarsi, esprime innanzitutto: 

- la fede nella presenza di Dio, come dice il Salmo: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 95, 6); 

- l’umiltà, il sentirci piccoli, peccatori; 

- la venerazione del Mistero, l’adorazione, l’intercessione, la supplica (soprattutto quella personale e privata), la sottomissione, la piccolezza e la compunzione davanti a Dio, senza umiliazione, ma con la convinzione che Dio colma la povertà della nostra vita con i suoi doni;

- la completa disponibilità ad accogliere la sapienza di Gesù, come fece quel tale che corse incontro a Gesù e si gettò in ginocchio davanti a lui chiedendogli che cosa dovesse fare per avere la vita eterna (cf. Mc 10, 17).

- la penitenza: nei primi secoli il gruppo dei penitenti era anche chiamato dei “genuflettenti”; ricordiamo ancora nei giorni penitenziali l’invito ad inginocchiarsi in determinate circostanze.

Nella Bibbia, quest’atteggiamento è presente nei contesti in cui si vuole manifestare umiltà, adorazione e penitenza: Daniele prega in ginocchio nell’esilio (Dn 6, 11); i fratelli di Giuseppe, in Egitto, si prostrano davanti a lui con sentimenti di colpa e di timore (Gn 42, 6); i ventiquattro anziani dell’Apocalisse si prostrano in atteggiamento umile ed adorante davanti a colui che sta seduto sul trono (Ap 4, 10); Paolo prega in ginocchio nel commiato dai suoi discepoli di Tiro e Mileto (At 20, 36; 21, 5); Pietro s’inginocchia e prega prima di risuscitare la donna morta (At 9, 40); Gesù prega in ginocchio (cf. Lc 22, 41).


(Pubblicato su "Lazio Sette", 12 ottobre 2008, p. 15)

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La messa continua nella vita dei credenti
ite-missa-est.jpg L'Ite, missa est affiancato da formule alternative che esprimono la dimensione missionaria del saluto liturgico finale. Il gesto dello scambio della pace anticipato tra la preghiera dei fedeli e l'offertorio. E poi un compendio eucaristico per aiutare i fedeli a capire ogni gesto della celebrazione del sacramento dell'altare. E un elenco dei grandi temi della fede proposto ai sacerdoti per le omelie domenicali, durante il ciclo triennale.
Tempo di "lavori in corso" alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. La definizione è del cardinale prefetto Francis Arinze, che ha illustrato all'assemblea del Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio in svolgimento in Vaticano i quattro progetti a cui il dicastero ha dedicato gran parte della sua attività in questi ultimi due anni. Piccoli interventi per rispondere ad alcune osservazioni emerse dai lavori della precedente assemblea sinodale del 2005 sull'Eucaristia e poi recepite dall'esortazione apostolica Sacramentum Caritatis. Benedetto XVI ha dato indicazioni precise sulle singole questioni, offrendo già in un caso - quello dell'Ite, missa est - le concrete alternative praticabili. In questa intervista al nostro giornale il cardinale nigeriano spiega nel dettaglio le iniziative presentate sabato scorso ai padri sinodali, illustrandone le motivazioni,  le modalità e i tempi di attuazione.
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