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Melodiare pallido e assorto |
di Alberto Turco
La definizione esatta del gregoriano, estendibile ovviamente anche agli altri repertori liturgici antichi dell'Occidente, come l'ambrosiano, è quella di "monodia della Parola rituale".
Il gregoriano è, anzitutto, una monodia legata inscindibilmente a dei testi; nello specifico a testi latini in prosa, desunti, per la maggior parte, dalla Bibbia, specialmente dal libro dei Salmi. Un "canto", dunque, e non "musica" o "melodia pura"; un canto rituale, quello "proprio" della liturgia della Chiesa romana, che ha la qualità primaria di essere preghiera, sia quando si fa annuncio della Parola di Dio nella proclamazione delle letture o azione di grazie nella solenne preghiera eucaristica, sia quando diventa voce orante della comunità ecclesiale, che sente l'anelito di dialogare con Dio, per manifestargli l'ossequio della riconoscenza e per implorare da lui la benedizione.
Al gregoriano va riconosciuta una profonda religiosità: fino a oggi, è il solo canto che abbia incarnato lo spirito più genuino della fede cristiana occidentale, frutto di una matura esperienza di comunicazione con la divinità e di pratica corale. Per queste due ragioni fondamentali e peculiari, la Chiesa cattolica ha sempre dichiarato come suo canto proprio la monodia gregoriana.
Una delle disposizioni innovatrici del concilio Vaticano ii in materia liturgica è stata l'ammissione delle lingue vive e parlate nelle celebrazioni. In seguito a ciò, il gregoriano, per il fatto di essere strettamente legato al testo latino, ha subito una forte recessione, nonostante che, nello spirito della costituzione conciliare, il latino sia considerato la lingua ufficiale della liturgia: "l'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini" (Sacrosanctum concilium, 36).
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Sette ragioni per dire che il primo è anche l'ultimo |
di Inos Biffi
Specialmente nel tempo pasquale, quando lo sguardo della Chiesa è rivolto con particolare intensità a Gesù risorto e assiso alla destra del Padre, ci è dato di comprendere l'origine e il senso dei sacramenti. Affidarsi, per una loro rinnovata intelligenza, alle varie e attuali filosofie del simbolo, o alle riflessioni sulla naturale ritualità dell'uomo, variamente assunte lungo la storia, significherebbe percorrere una via inconcludente, e persino deviante.
I sacramenti cristiani non trovano giustificazioni all'interno della natura umana; non valgono per una loro coerenza con la sua inclinazione cultuale: se mai un confronto possa valere, esso sarebbe in ogni caso secondario.
La genesi dei sacramenti, il loro fondamento e la loro possibilità provengono radicalmente dall'intenzione di Cristo che li ha istituiti e dalla sua attualità gloriosa.
I sacramenti - a partire dall'Eucaristia - sono essenzialmente atti del Signore assiso alla destra del Padre, segni e impronta della sua signoria.
Né per questo si attenua l'opera storica di Gesù e, quindi, il suo sacrificio sul Calvario. Al contrario, proprio a motivo della sua gloria l'azione salvifica di Cristo e la sua immolazione possono risaltare nella loro singolare e inesausta efficacia.
Se Gesù Cristo non fosse risuscitato, nessun suo gesto sarebbe risultato valido per la redenzione: tutta la sua esistenza sarebbe apparsa precaria e, come ogni altra, si sarebbe fatalmente dissolta nel flusso del tempo, lasciando spazio solo a un rammarico senza speranza.
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di Inos Biffi
Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L'autore, Venanzio Fortunato - nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come "il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi" (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall'abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall'imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come "il vessillo del Re" (vexilla Regis), come "un luminoso mistero" (fulget Crucis mysterium).
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Servizio liturgico - pastorale |
affidato al Ministro Straordinario della Comunione
Aggiornamento 2010
Durante le nostre serate di aggiornamento presenteremo in concreto il servizio liturgico e pastorale che il ministro straordinario della comunione è chiamato a rendere alla comunità. Tratteremo della distribuzione della comunione durante la messa e fuori della messa in chiesa o in un oratorio (cappella), o in un ospedale e della comunione portata agli ammalati nelle loro case, compreso il viatico, quando fosse necessario.
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