| Educare a servire |
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| Scritto da don Pietro Jura | |
| martedì 29 gennaio 2008 | |
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ABC della Liturgia/1-3 Non si tratta semplicemente di differenze di stili architettonici, ma anche di diversi modi di vedere i fedeli che si raccolgono in Chiesa. Puoi trovare delle chiese con le navate slanciate, le finestre poste in alto dove la gente non arriva a vedere. Sono il frutto di un modo di avere relazione con Dio, sentito come lontano, in alto, dove le guglie della chiesa cercano di giungere e di condurre lo spirito dei fedeli. Invece le chiese costruite ultimamente somigliano ad un cinema, ad un teatro, ad un luogo d’incontro. Infatti ai nostri giorni ci si accorge che in chiesa andiamo per incontrare Dio, ma lo vogliamo incontrare "insieme", comunitariamente; e allora le chiese non mettono più in risalto l’aspirazione verso il cielo, ma la comunione con i fratelli che insieme si rivolgono al Signore. Questa è la particolarità che si evidenzia nell’arte, ma che si esprime anche nelle varie attività della Chiesa: la Chiesa è una comunità! Si potrebbe affermare che la vera Chiesa è la cHiesa delle tre "C": compresenza, complementarietà, corresponsabilità. Naturalmente questa Chiesa non esiste già perfetta, ma è sempre in costruzione. Siamo tutti corresponsabili della sua crescita, tutti siamo chiamati a compiere servizi – ministeri per la sua vita di questa Chiesa.
Nella Chiesa i posti di lavoro sono infiniti, e la "fantasia" dell’applicazione alla costruzione, alla crescita della comunità cristiana è enorme. E’ possibile imparare a conoscere i settori di lavoro, suddividendoli in tre grandi aree di impegni, dove la varietà dei servizi, i posti di responsabilità sono moltiplicabili secondo i bisogni dell’uomo e l’infinita gloria di Dio. Prima di tutto l’impegno della catechesi, dell’annuncio della fede, della testimonianza e della missione. Tutta la Chiesa è soggetto della missione, tutti i battezzati nella cHiesa sono soggetti e partecipi della missione per la grazia del loro battesimo. E se la fede diventa luce della nostra vita, ecco che la carità ci impegna a servizio dell’uomo, di ogni uomo, con predilezione dei poveri. Una volta che sei inserito in un cammino di fede e ti impegni al servizio dell’uomo, ti manca ancora la cosa più importante: una vita di intimità con Dio, la preghiera! E devi pensare non solo alla tua preghiera personale, ma anche e soprattutto alla preghiera comunitaria, alla liturgia.
Ora anche la Chiesa, se vuole essere vera, non può che "avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2, 5). Gesù Cristo è stato il servo fedele, noi tutti, invece, siamo sempre molto limitati nella nostra fedeltà, ma siamo chiamati a seguire il suo esempio, e cioè a servire, piuttosto che a cercare di farci servire. Soffermiamoci sulla possibilità di servire nella preghiera pubblica della Chiesa, nella liturgia, e cerchiamo di chiarire alcuni aspetti che sono indispensabili per non tradire il servizio stesso. Prima di tutto occorre aver spirito di servizio. Gesù ce ne dà un esempio chiaro quando lava i piedi degli apostoli (Gv 13, 1-17). Si tratta di essere disponibili per gli altri. Gli altri sono i fratelli e Dio stesso: il comandamento dell’amore (di Dio e del prossimo) prende le nostre energie, il nostro tempo e mette tutto a disposizione del bene e della gloria altrui. Questo è frutto dello Spirito del Cristo. Ma vorrei anche insistere su un altro spirito: quello della comunità che servi. Non puoi agire come vuoi, nella scelta dei canti, nei gesti, nelle preghiere…ecc.: sei a servizio di una comunità di uomini che devi conoscere per la cultura che ha, per lo spirito cristiano che possiede, per le sensibilità artistiche di cui è dotata… Tu servi una comunità e devi aiutarla ad entrare in relazione con Dio, a sentire la gioia della preghiera, a rendersi conto delle realtà che si celebrano. Ogni ministro non deve mai mettere al primo posto la quantità, bensì la qualità, non i riti ma il cuore. Gesù diceva: "Pregando poi, non sprecate parole come i gentili, i quali credono di essere esauditi per la loro verbosità" (Mt 6, 7). E potremmo aggiungere alla verbosità tutto quello che è rito esteriore, mancante di spirito, contrario al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Non andiamo in Chiesa sol per fare inchini perfetti; non cantiamo per dimorare come siamo bravi…; andiamo in Chiesa per mettere il cuore, l’intelligenza, il corpo, la fantasia a contatto con Dio. La qualità della nostra preghiera è prima di tutto interire, e pi di forme, di riti, di quantità. Nel servire, poi, occorre sfuggire ogni esibizionismo, ogni tentativo di mettersi in mostra, per raggiungere una realizzazione personale. Sarebbe il servire come fanno gli uomini e non come ha fatto Gesù Cristo. "Quando pregate non siate come gli ipocri che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per farsi notare dagli uomini" (Mt 6, 5). L’esibizionismo è una malattia comune. Del resto occorre rendersi conto che la gloria di Dio è anche realizzazione dell’uomo, ed è normale che ciascuno di noi provi una certa soddisfazione nel servizio pastorale e liturgico. Infine, ogni ministro deve ricordarsi d’essere esempio nella preghiera. Tutti coloro che vengono in Chiesa desiderano pregare; ma in mezzo all’assemblea vi sono alcuni fedeli che sono "segno" della preghiera. Essere "segno" significa che dobbiamo collaborare a creare l’ambiente, a vivere la relazione con Dio, a sentire il gusto della preghiera.
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