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Corso di abilitazione liturgica per titolari e regolari collaboratori o dipendenti fotografi e cineoperatori professionali
residenti nel territorio della Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino
1. Introduzione
Uno sguardo al cammino che i Documenti della Chiesa, a vario livello, hanno fatto sull’argomento:
a) Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963): «Le trasmissioni radiofoniche e televisive di funzioni sacre, specialmente se si tratta della celebrazione della messa, siano fatte con discrezione e decoro, sotto la direzione e la garanzia di persona competente, destinata a tale ufficio dai vescovi» (20). A conclusione della parte che tratta dell’educazione liturgica e della partecipazione attiva alla Liturgia si tratta delle trasmissioni radiofoniche e televisive di azioni sacre. La Costituzione parla in genere di azioni sacre. Ciò si applichi in modo particolare alle azioni liturgiche, specialmente alla Messa. Senza dubbio il fatto che la Costituzione liturgica tratta qui delle trasmissioni radiofoniche e televisive di azioni sacre vuol dire che essa vede un certo rapporto tra queste e l’educazione liturgica e la partecipazione attiva alla Liturgia. La Costituzione raccomanda che tali trasmissioni vengano fatte «con discrezione e decoro». Ciò sarà assicurato se le trasmissioni verranno eseguite «sotto la direzione e la garanzia di persona competente, destinata a tale ufficio dai vescovi».
Un tecnico potrebbe essere tentato di limitarsi all’aspetto puramente scenico e spettacolare dell’azione sacra che deve essere trasmessa, dimenticando che è una azione di culto. Ciò sarebbe particolarmente grave trattandosi di azioni liturgiche. L’inosservanza delle leggi liturgiche che ne regolano la struttura e la celebrazione porterebbe ad una vera svalutazione delle azioni liturgiche stesse.
b) Paolo VI, Omelia nella «Messa degli artisti» nella Cappella Sistina (7 maggio 1964).
c) Concilio Vaticano II, Gaudium et spes (7 dicembre 1965). Cf. n° 62.
d) Sacra Congregazione dei Riti, Eucharisticum Misterium, Roma, 25 maggio 1967: «Bisogna evitare con ogni cura che le celebrazioni liturgiche, e particolarmente la Messa, siano turbate dalla ripresa di fotografie. Quando poi vi sia un motivo ragionevole, si faccia tutto con discrezione e secondo le norme stabilite dall’Ordinario» (23).
e) Conferenza Episcopale di Basilicata, Direttorio liturgico-pastorale per le Chiese di Basilicata (6 gennaio 1991).
f) Arcidiocesi di Potenza, Direttorio circa il servizio fotografico durante le azioni liturgiche (1 maggio 1993): «Nella nostra attuale società è invalso l’uso di conservare un ricordo visivo delle tappe sacramentali della vita dei credenti. Di per sé non è un fatto negativo. Tale prassi però potrebbe introdurre un grave disturbo alla santità e alla dignità delle celebrazioni liturgiche, nonché alla serenità e al raccoglimento necessari al buon svolgimento delle stesse, quando dà luogo ad un servizio fotografico incapace di rispettare la realtà liturgica» (1). «La nostra Chiesa, volendo rispondere doverosamente a questa sensibilità liturgica e riconoscendo che l’uso della fotografia nella liturgia è permesso solo perché, con l’aiuto dell’immagine, il cristiano possa ricordare le tappe più importanti della sua crescita nella fede, desidera determinare alcune norme» (2). «Occorre educare ad una maggiore semplicità ed esigere più rispetto del luogo e della dignità della celebrazione, come per esempio riguardo... agli operatori fotografici» (3).
g) Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino, Il servizio dei fotografi e dei video operatori in chiesa durante le celebrazioni liturgiche. Indicazioni per un adeguato comportamento, Frosinone 2003.
h) Regolamento quadro nazionale proposto dalle Associazioni dei fotografi di Confartigianato e CNA e l’Ufficio Liturgico Nazionale, Il servizio dei fotografi e video-operatori nella celebrazione dei Sacramenti, 2001: «Da molti anni è invalsa la consuetudine di incaricare, in occasione della celebrazione del Matrimonio e degli altri sacramenti, fotografi e video-operatori per le riprese audiovisive. Questo servizio contribuisce a custodire nel tempo la memoria del dono ricevuto nei sacramenti e permette di rinnovare gli impegni assunti. E’ importante garantire che le celebrazioni si svolgano nel debito clima di raccoglimento e di preghiera. Per questo è necessario individuare alcuni criteri di fondo utili a garantire la professionalità dei fotografi e dei video-operatori, che in tali circostanze dipende dal rispetto della singolarità dell’azione rituale e del luogo in cui essa si svolge».
i) A ciò si aggiungano i tanti interventi di papa Giovanni Paolo II rivolti agli artisti.
2. Scoprire o ri-scoprire la ministerialità del fotografo e cineoperatore
I documenti citati esprimono chiaramente l’intento di voler dare un senso al lavoro del fotografo e cineoperatore.
Questa preoccupazione se da una parte vuole «garantire la professionalità dei fotografi e dei video-operatori», dall’altra vuole invitare gli stessi operatori a dare uno spessore diverso, più corposo, «trasfigurato», al proprio lavoro. Quest’ultimo, infatti, penso venga ormai compreso come un «ministero», cioè un «porsi a servizio».
Se questo è vero, si comprende come il livello dell’argomento debba acquisire una «qualità» di fede ecclesiale - liturgica, uno «scarto» che si apra a tendere alla spiritualità, alla fede, all’eternità. Necessita una «formazione» ecclesiale dei «produttori» e dei «prodotti».
Che significa «formare»? E’ questione di attuare l’idea che il proprio fare, produrre, deve «adeguarsi» ad una certa struttura d’ispirazione.
Nel nostro caso, «l’istruzione formativa... è il "sapere", il "gusto" della comprensione reale che sta al di là dell’apprendere e della conoscenza nozionale, sulla storia rivelativi e salvifica, su l’evento e le modalità che l’hanno accompagnato e ne sono scaturite; e ciò... nella globalità della propria personalità».
Incombe, cioè, «l’impegno, tutto e soltanto, di far teorizzare, cioè far affissare lo sguardo perspicuamente... su l’opera teandrica e il suo miracolo», dove «teorizzare» è «guardare ad occhi socchiusi», cioè acutamente, e l’oggetto di ciò, il «miracolo», diventa un «mirum oculis», ossia «meraviglia, abbaglio agli occhi».
Diceva Paolo VI: «La vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. E non solo un’accessibilità quale può essere quella del maestro di logica, o di matematica, che rende, sì, comprensibili i tesori del mondo inaccessibile alle facoltà conoscitive dei sensi e alla nostra immediata percezione delle cose. Voi avete anche questa prerogativa, nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito: di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo. Questo - coloro che se ne intendono lo chiamano "Einfuhlung", la sensibilità, cioè, la capacità di avvertire, per via di sentimento, ciò che per via di pensiero non si riuscirebbe a capire e ad esprimere - voi questo fate!».
E continuava: «Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è l’Io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche la più gioiosa... La trascendenza che fa tanto paura all’uomo moderno è veramente cosa che lo sorpassa infinitamente... (ma) Dio trascendente è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa alle anime fedeli».
3. Modo di concepire «l’immagine» prodotta in riferimento al «mistero»
La consuetudine nell’Oriente cristiano, soprattutto a partire del VI-VII sec., di seguire in gran numero immagini portatili dipinte su legno raffiguranti santi Martiri e poi prevalentemente il Cristo e la Madre di Dio, ha fatto sì che in Occidente il termine «icona» abbia assunto il significato più specifico di immagine sacra, dipinta su legno e proveniente dall’Oriente cristiano. Tuttavia, l’«icona» intesa in questo senso - immagine sacra d’origine bizantina dipinta su tavola - è un fenomeno artistico che emerge dallo sviluppo dell’iconografia cristiana nei primi 7-8 secoli.
a) Ora, che cosa constatiamo?
Per il credente alla ricerca di un’immagine cristiana significante quello che conta. ad un livello di percezione immediata, più o meno consapevole, è che queste immagini traducono in modo forte il Mistero della fede.
b) Che cosa ci insegna la storia?
Fino al VII sec., l’arte cristiana non conosce provincialismi e religiosismi veri e propri, ma le varie espressioni artistiche circolano e si arricchiscono vicendevolmente in tutti i grandi centri: Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Costantinopoli. E’ dal sec. VII circa che l’arte cristiana si differenzia in due tradizioni: la greca e la latina.
c) Come definire il denominatore comune di quest’arte cristiana?
Si potrebbe dire che l’intento è di manifestare la Realtà invisibile, spirituale: iconografia del Mistero cristiano. Tutto ruota intorno alta figura umano-divina di Cristo, punto di riferimento e chiave di interpretazione della totalità della realtà umana e cosmica. Si tratta dunque di indicare il passaggio dal livello sensibile, percepibile dal senso naturale della vista, al livello spirituale che fa appello ad una visione diversa; intento che è poi quello che si verifica in ogni tipo di arte religiosa. Ma per indicare questo passaggio e mediarne il compimento esiste un unico strumento espressivo valido: il linguaggio simbolico. Quel linguaggio «il cui impiego più significativo si ha quando una realtà che già possiede il proprio significato, conduce lo spirito verso un’altra realtà corrispondente ma nascosta».
d) Il linguaggio simbolico si può suddividere in due grandi categorie:
* quella per indicare il passaggio al mondo delle realtà spirituali ricorre alla raffigurazione di taluni oggetti o segni determinati (simboli convenzionali) oppure a schemi iconografici fondati sui simboli universali dell’elevazione e dell’unione (montagna, cerchio);
* quella che si esprime attraverso un linguaggio simbolico globale comprendente forma e colore, lo si voglia chiamare stile o estetica (proporzioni delle figure, raffigurazione di volumi, tipo di prospettiva, uso del colore: policromia, colorismo).
Naturalmente questi due modi si presentano quasi sempre combinati.
La percezione inconsapevole dell’autenticità religiosa del messaggio dell’icona si deve dunque trasformare nella percezione consapevole della multiformità del linguaggio simbolico cui l’arte cristiana tutta fa ricorso e della specificità delle singole tradizioni.
Sul contenuto di una simile arte si è soffermato Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica in occasione del XII centenario del Concilio di Nicea. Arricchendo significativamente le indicazioni date dal Concilio Vaticano II, egli afferma che: «Il credente di oggi, come quello di ieri, deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza per nulla occultarlo» (n. 11). Ed è alla luce di questa sottolineatura della trasparenza assoluta dell’opera d’arte cristiana nei confronti del Mistero raffigurato che la definizione d’arte cristiana autentica offerta dallo stesso documento acquista tutto il suo significato: «L’autentica arte cristiana è quella che, mediante la percezione sensibile, consente di intuire che il Signore è presente nelle Chiesa, che gli avvenimenti della storia della salvezza danno senso e orientamento alla nostra vita, e che la gloria che ci è promessa, trasforma già la nostra esistenza» (n. 11). L’arte che ha a che fare con la liturgia «non si identifica qualifandosi per la trascendenza artistica, che pure le compete, bensì per la sua trascendenza di liturgia; la quale è trascendenza di santità».
e) La riscoperta dell’immagine in questa luce.
Così inquadrata la riscoperta delle immagini cristiane apre la via ad un enorme arricchimento. Tutti i grandi temi iconografici possono essere considerati nella loro evoluzione: dagli inizi dell’arte cristiana al raggiungimento di un linguaggio comune a tutto l’orbe cristiano, e ancora, dalla sua differenziazione nelle due tradizioni orientale e occidentale alla sua decadenza in entrambi.
Questo modo di affrontare la questione porta con sé la coscienza che per una retta comprensione di un tipo iconografico bisogna conoscere: l’origine, il messaggio di fede, il tipo di linguaggio simbolico al quale si fa ricorso, le eventuali variazioni-arricchimenti di significato che ha ricevuto nel tempo.
f) L’esemplarità dell’icona.
Fu il culto dei martiri e delle loro reliquie a portare con sé la loro raffigurazione nei santuari eretti sui loro sepolcri e in un secondo momento la riproduzione su tavola - immagine portatile - di questi loro ritratti per la venerazione da parte dei fedeli anche in luoghi distanti dai santuari stessi.
I martiri, che vuole dire «testimoni», venivano chiamati tali non solo perché avevano testimoniato la verità del Vangelo di Cristo con il dono della vita, ma anche perché, come spiega Grabar, erano «testimoni immediati della divinità di Cristo, in quanto soprattutto negli istanti che avevano preceduti la loro morte violenta erano stati favoriti da un contatto diretto con Dio, da una teofania». Tale teofania poteva aver luogo sotto forma di una visione o di una voce. E sempre il Grabar precisa che testimonianza in favore della divinità di Cristo portata dai martiri poteva aver luogo soltanto dopo che essi erano stati penetrati dalla grazia divina: questo evento spirituale annullava il tempo che li separava dal periodo evangelico e li assimilava miracolosamente ai testimoni oculari dell’Incarnazione e della Risurrezione.
I martiri venivano dunque raffigurati come contemplatori di Dio: non immaginati in un momento qualunque della loro vita terrena, ma nel loro stato di visione dell’Aldilà, stato che non aveva fatto che anticipare la beatitudine eterna della visione di Dio di cui ora godevano.
Per esprimere tale sostanziale cambiamento di stato, gli artisti cristiani attinsero ad un linguaggio simbolico pre-esistente, nato in Siria e comunemente usato dagli artisti ellenistici dell’età imperiale, che era destinato all’iconografia delle divinità, dei monarchi divinizzati, e dei defunti al cospetto della divinità.
E’ chiaro che lo stesso linguaggio simbolico usato per indicare lo stato di visionarietà dei santi valeva anche per la figura di Cristo: colui che essendo Dio è immerso nella luce dell’eternità immutabile. Ma a differenza dalle divinità pagane, Egli doveva essere raffigurato non solo come colui che appare ed è visto, ma come colui che guarda l’uomo Creatore e Redentore.
L’iconografia dei martiri fu scelta in funzione della testimonianza che essi avevano dato della divinità di Cristo e della realtà della vita eterna, ma anche la scelta degli episodi della vita di Cristo da raffigurare era stata compiuta sin dall’inizio in funzione della manifestazione (epifania) di Dio in Cristo.
Le immagini non avevano intento narrativo ma teologico: che fosse una scena del ciclo dell’Infanzia o di quello dei Miracoli o di quello della Passione-Glorificazione, sempre si trattava di indicare che quel Bambino o quell’Uomo era Dio e veniva riconosciuto come tale dall’Alto, dagli elementi cosmici, dagli uomini-testimoni.
Non dunque la durata, lo spessore umano, la drammaticità della vita di Cristo, ma la contemplazione nella fede del suo Mistero ancorato nell’eternità.
Anche in questo caso gli artisti cristiani dei primi secoli poterono attingere almeno in parte ad un linguaggio simbolico preesistente che era quello delle teofanie-apoteosi pagane.
Iconografia della visione, dunque, e iconografia della vita nello Spirito dominata necessariamente dal tema della luce.
Iconografia che diventa anche silenzioso interrogativo ed esortazione al tempo stesso per lo spettatore: credi tu in ciò che qui è visione per la fede? Sei anche tu illuminato e trasfigurato dalla luce attiva di questa visione come lo sono coloro che vedi raffigurati in atto di contemplarla?
Proprio in questo contenuto e in questi interrogativi latenti consiste si può dire il carattere specifico dell’immagine cristiana: un’arte cristiana che manifesti il Mistero della fede e della vita nello Spirito.
Tutta l’attenzione è rivolta a quella visione di Dio di cui già San Giovanni dice che esercita l’azione trasformante: «Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3, 2).
4. Verso una chiarificazione della «qualità liturgica» del «prodotto» del fotografo e cineoperatore
I cristiani hanno fatto arte sin dalle loro origini, hanno costantemente parlato con ogni espressione d’arte, hanno costantemente usato la comunicazione in bellezza. Hanno pure compreso che, se è vero che l’arte in quanto tale ha una sua sacralità, l’arte liturgica non si identifica qualificandosi per la trascendenza artistica, che pure le compete, bensì per la sua trascendenza di liturgia che è trascendenza di santità.
Ci sono voluti otto secoli dalle origini affinché i cristiani e la Chiesa, faticosamente, ne prendessero coscienza con puntualità; eppure, per vicende di diversa natura, è cosa su cui è tutt’ora il caso d’insistere nel recepirla e nel rilanciarla.
Il II Concilio Ecumenico di Nicea del 787 ha stabilito il canone insospettatamente unico dell’arte liturgica. «Le varie rivendicazioni di autonomia dell’arte e degli artisti, o le malcapitate vessazioni di committenti e consulenti non a sufficienza provveduti farebbero supporre a torto un diluvio di norme e strettoie; la norma è unica e unico ne è il contesto».
A Nicea la norma è stata formulata mediante il versetto 9 del Salmo 47: «Come avevamo udito, così abbiamo visto, nella città del nostro Dio», ponendo delle chiare equazioni:
Parola di Dio - «udito» dell’uomo / Icone di Dio - «vista» dell’uomo
Parlare di Dio - ascoltare dell’uomo / epifania di Dio - contemplazione dell’uomo
Arte facta (che si fa arte) non in un qualche pur geniale artificio immaginativo ma «nella città del nostro Dio» che è la Chiesa.
La formulazione unica, poi, è stata contestualizzata trasportando l’operatore nella situazione secondo cui non può fare, dipingere, scolpire, architettare, musicare, inventare, parlare, mostrare, celebrare, il messaggio e la salvezza del nostro Dio nella sua città, ma deve attenersi al canone unico per operare liturgicamente, poiché la frequentazione liturgica è ascolto-visione dell’inaudito-visibile che Dio stesso dice e mostra al popolo suo. Deve lavorare per fare udire l’invisibile e vedere l’inaudito che Dio stesso dice e mostra al suo popolo.
Per tale motivazione, a mio parere, il lavoro del fotografo e cineoperatore è «arte liturgica» avendo la liturgia come motivazione causativa, efficiente e finale: è in sé e per sé un fare qualcosa di «bello» (che ha a che fare con l’arte) frequentando la celebrazione.
Forse rimane difficile pensare al proprio fare in questo modo. Forse sembra cosa altra il ritrarre «scene di chiesa» stereotipe. Forse, allora, è davvero necessario introdursi al gusto della bellezza degli eventi cristiani che sono la celebrazione liturgica dei sacramenti.
5. Il senso del celebrare - La liturgia, una celebrazione viva
Il Concilio Vaticano II presenta questa definizione della liturgia: «La liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (SC 7).
Questa nozione di Liturgia ci aiuta a comprendere questa realtà innanzi tutto come azione sacra, come azione di culto. Non azione in senso esterno, ma nel senso contenuto nelle parole di Cristo: «Ho compiuto l’opera che tu [padre] mi hai dato da fare». Infatti nella liturgia «si attua l’opera della nostra salvezza» (SC 2) poiché non è azione sacra generica, ma un’azione la cui virtù consiste nell’essere il mezzo attraverso cui Cristo stesso si fa presente quale agente principale. La Liturgia è un’azione partecipata da Cristo, attraverso la quale la Chiesa fa quanto ha fatto Cristo stesso.
Ciò avviene con un rito, con un segno sacro che significa e realizza la realtà che significa. Il rito come segno indica la relazione con Cristo, perché serve a significare e ad attuare la memoria e la presenza di Cristo, e come Cristo realizzò un’opera divina nella sua Umanità unita al Verbo di Dio, così il rito liturgico apporta nella sua materialità il significato e la potenza del Verbo di Dio, e in tal modo esso è come una longa manus di Cristo, con cui noi tocchiamo la stessa divina potenza dell’umanità di lui.
Questo accade nella Chiesa, cioè nel corpo vivo e reale di Cristo, nel quale il Cristo stesso è presente e coagente. Si dice «nella Chiesa» perché essa è il primo soggetto passivo della liturgica. Infatti l’opera sacerdotale di Cristo tende a fare degli uomini la chiesa. Dunque Cristo non opera più direttamente e da solo, ma mediante la Chiesa. Infatti l’opera sacerdotale di Cristo diventa per partecipazione l’opera sacerdotale della Chiesa in quanto corpo di Cristo, e quindi la liturgia appartiene alla Chiesa come sua realtà peculiare. La liturgia è la modalità particolare del culto nella quale, mediante la Chiesa, adesso avviene nel mondo ciò che un tempo fu compiuto da Cristo nel suo mistero.
Così viene esercitata e continuata l’opera sacerdotale di Cristo: «viene esercitata», cioè viene posta in esercizio, diventa attuale; «continuata», cioè si attua di seguito, perennemente, senza interruzione. L’opera sacerdotale di Cristo, che è la salvezza del mondo, non costituisce in Cristo solo un grande merito, in forza del quale gli uomini sono «ritenuti» santificati, perché quanto ha fatto Cristo è considerato fatto per loro; al contrario: quanto Cristo ha fatto è considerato come fatto da tutti gli uomini. Tuttavia adesso quanto di diritto dalla natura umana di tutti è stato fatto in Cristo, di fatto è esercitato attraverso la Liturgia dalle singole persone, composte nell’unità del corpo della Chiesa.
L’opera sacerdotale di Cristo è l’opera totale dell’Incarnazione che Cristo ha compiuto in modo sacerdotale, cioè come Mediatore che unisce Dio agli uomini e gli uomini a Dio: tutto ciò col suo sacrificio. E’ l’opera che egli ha compiuto nel suo Mistero pasquale; attraverso la quale egli stesso, ricevendo nella verità le promesse di Dio, ha liberato tutti gli uomini e li ha costituiti come «nazione santa, Popolo d’acquisto, stirpe eletta, sacerdozio regale» (1Pt 2, 9).
L’opera di Cristo fu di glorificazione di Dio attraverso la santificazione degli uomini. Infatti in questo modo Cristo ha reso culto a Dio nel senso che egli ricondusse - in se stesso - gli uomini a Dio purificati e santificati e riconciliati. Ora, questa medesima opera viene attuata nella Liturgia: l’uomo vi viene santificato ed in tale modo può dare gloria al Padre. In realtà, gli adoratori in Spirito e verità esistono solo quando gli uomini, sottomettendosi totalmente a Dio, lo riconoscono come loro Creatore e Redentore.
6. La Liturgia luogo di comunicazione tra Dio e il suo popolo
Sinteticamente si può dire che la liturgia è il luogo della comunicazione, del dialogo, del rapporto tra Dio e il Suo popolo. Infatti «se la liturgia costituisce il momento-sintesi della storia della salvezza in quanto riassume in se annunzio (AT), avvenimento (NT) ed éschaton di questa storia, sono gli iterata mysteria che realizzeranno nel singolo e nella comunità la realtà annunciata e già compiuta da Cristo. Questo il dinamismo che si attua nella celebrazione dei santi misteri, secondo un movimento dialogico che ha come interlocutori:
- l’Eterno: Dio, che continuamente interpella l’uomo-in-comunità attraverso la proclamazione della sua Parola e l’azione della sua Presenza;
- e il «sempre nuovo»: l’uomo, fondamentalmente sempre lo stesso e tuttavia sempre diverso, data la diversità di tempo e di situazioni in cui è chiamato a vivere».
La Liturgia come azione comunicativa si struttura facendo interagire questi elementi:
a) La Parola.
Il Concilio Vaticano II sottolinea questa presenza misteriosa del Cristo mediante la sua Parola affermando che «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche... E’ presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra Scrittura...» (SC 7).
Da tale sottolineatura derivano conseguenze d’estrema importanza; cioè che il messaggio annunciato raggiunga i destinatari mediante la facilitazione della comunicazione. Ciò implica problemi di conoscenza di tutte quelle leggi che sottostanno al problema della comunicazione all’interno dell’assemblea e tra l’assemblea e Dio Padre.
b) Le preghiere.
Ogni celebrazione si modula su due elementi tra loro strettamente connessi: l’annuncio della Parola di Dio e la risposta - in un regime di segni – dell’assemblea.
Una delle espressioni più tipiche di questo rispondere sono le preghiere usate nella liturgia (eucologia). L’eucologia è la risposta dell’assemblea riunita dal Dio che la interpella e la provoca alla conversione, alla fedeltà all’alleanza.
c) Il rito.
Il rito costituisce la forma esteriore più evidente di questa comunicazione salvifico-divina; è il tramite attraverso il quale si attualizza ed è resa operativa la Parola.
Esso è in funzione dell’esperienza oggettiva del mistero salvifico di Cristo, diventa sorgente ed elemento portante di un’esperienza tale per cui il mistero di Cristo, più che raggiungere quasi dall’esterno la comunità celebrante, vi si manifesta dall’interno.
Da quanto detto si può concludere che ogni celebrazione è di per sé segno di un evento di salvezza. I mezzi della comunicazione non intervengono sulla realtà (il mistero della salvezza attuato), ma sul segno celebrazione e quello amplificano ed esportano. Chi fruisce di questi mezzi nel modo più superficiale non è interessato alla realtà, ma al simulacro che di essa è offerta. E più questo lo soddisfa, più lo assume senza porsi troppi problemi. Lo sforzo sarà quello di far comprendere che i mezzi della comunicazione non creano un simulacro; essi lo hanno già trovato e lo hanno solo moltiplicato.
Da questi termini si pone il problema della competenza.
In ambito comunicativo essa designa l’abilità sia a usare i codici linguistici, a manipolarli e a decodificarli nelle diverse situazioni pratiche in cui si opera.
Se nel linguaggio comune si può parlare di competenza presunta o reale, nell’ambito comunicativo o è reale o non esiste competenza!
E’ più facile capire l’importanza della competenza tenendo particolarmente presente il fatto che se per la comunicazione massmediatica la competenza può essere rilevata nel solo flusso d’andata (comunicatore → messaggio → recettore), nella comunicazione interpersonale, e dunque anche in quella in ambito liturgico, la competenza dev’essere rilevata in entrambi i flussi della comunicazione:
[→] comunicatore → messaggio → recettore
[←] comunicatore ← messaggio ← recettore
Forte è, allora, l’esigenza di una competenza sia del comunicatore che del recettore. Così in ambito liturgico non è solo il prete a necessitare di competenza, ma tutti, perché ad ognuno è richiesta una partecipazione attiva alle celebrazioni liturgiche.
Tra le altre cose, fondamentale sarà la piena coscienza di se stesso, della propria funzione e ruolo e dello scopo della propria recettività; la conoscenza del processo comunicazionale e della situazione specifica che in esso avviene; del referente e del codice per poter decodificare correttamente il messaggio che gli viene inviato.
7. «Rumore» e «ridondanza».
Il «rumore» teorizzato da Shannon e Weaver in Teoria matematica della comunicazione applicandolo alla trasmissione d’informazioni tra macchine, è utilizzabile, ampliandone un po’ il senso, anche nelle comunicazioni interpersonali e mediate.
Si tratta di un disturbo nella comunicazione: una distorsione, una diminuzione o una perdita di significato per cui il messaggio lanciato dal comunicatore è percepito dal recettore modificato rispetto alle intenzioni comunicative originali. Questo difetto è ascrivibile a diverse cause ed è rinvenibile nelle varie fasi del processo comunicativo.
a) Sul canale tra comunicatore e recettore.
Nel corso di una celebrazione liturgica i canali impiegati per la comunicazione variano a seconda della composizione dei messaggi, e dal momento che i messaggi sono soprattutto sonori e visivi, sono interessati soprattutto i canali della visione, della sonorizzazione e dell’ascolto sia legati direttamente agli organi di senso che agli strumenti di trasmissione e di amplificazione.
I messaggi che interessano gli altri sensi (olfattivo, tattile e gustativo), pur essendo di minore entità, non vanno trascurati.
Ci possono essere disturbi dell’organo di senso in uscita o in entrata, tali da danneggiare il messaggio nella fase della costruzione (per il comunicatore) o della recezione (per il recettore).
Un difetto di pronuncia, d’articolazione, un colpo di tosse, uno starnuto, una distrazione improvvisa sono rumori che impediscono una partecipazione piena ed efficace al flusso della comunicazione.
b) Nei rispettivi ambienti di provenienza.
Ci sono rumori che precedono la comunicazione in sé. Essi appartengono al pre-testo e provengono dai mondi culturali o psicologici dei comunicanti. Sono rappresentati dai pregiudizi, dai presupposti, ma anche dalle conoscenze, dai quadri di riferimento.
Questi rumori hanno solitamente influssi sulla codificazione e, da parte del recettore, sulla decodificazione. E’ allora che si sente l’espressione: «stiamo parlando di cose diverse».
c) Influssi sul codice.
In casi di rumore si ricorre come soluzione alla «ridondanza». La comunicazione di un messaggio è allora accompagnata da una serie d’informazioni accessorie capaci di agevolare il processo.
Tra le funzioni del linguaggio indicate da Jakobson, la metalinguistica è quella che si può ritenere «ridondante» per definizione: essa non aggiunge nulla al messaggio, ma lo esplica in modo tale da evitare qualsiasi fraintendimento.
8. Verso una competenza della celebrazione
Ci facciamo aiutare dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) per una visuale di insieme sulla celebrazione e per muovere i primi passi «pratici» per comprenderla in sé e per poter svolgere al suo interno il proprio compito nel migliore dei modi.
a) Chi celebra?
La Liturgia è "azione" di "Cristo tutto intero" (Christus totus'). Coloro che la celebrano, al di là dei segni, sono già nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa (CCC 1136).
* I celebranti della Liturgia celeste
"Ricapitolati" in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti, tutta la creazione (i quattro esseri Viventi), i servitori dell’Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro Vegliardi), il nuovo Popolo di Dio (i centoquarantaquattromila), in particolare i martiri "immolati a causa della Parola di Dio" (Ap 6, 9-11), e la santissima Madre di Dio, infine "una moltitudine immensa, che nessuno" può contare, "di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7,9). E’ a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza (CCC 1138-1139).
* I celebranti della Liturgia sacramentale
E’ tutta la Comunità, il Corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra. "Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento di unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò [tali azioni] appartengono all’intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione". Per questo "ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi" (CCC 1140).
L’assemblea che celebra è la comunità dei battezzati i quali, "per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in un sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano". Questo "sacerdozio comune" è quello di Cristo, unico Sacerdote, partecipato da tutte le sue membra.
La Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano, "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto" (1Pt 2, 9) ha diritto e dovere in forza del Battesimo (CCC 1141).
Ma "le membra non hanno tutte la stessa funzione"(Rm 12, 4). Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, ad un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell’Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei ad operare nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa. Il ministro ordinato è come "l’icona" di Cristo Sacerdote. Poiché il sacramento della Chiesa si manifesta pienamente nell’Eucaristia, è soprattutto nel presiedere l’Eucaristia che si manifesta il ministero del vescovo e, in comunione con lui, quello dei presbiteri e dei diaconi (CCC 1142).
Al fine di servire le funzioni del sacerdozio comune dei fedeli, vi sono inoltre altri ministeri particolari, non consacrati dal sacramento dell’Ordine, la cui funzione è determinata dai vescovi secondo le tradizioni liturgiche e le necessità pastorali. "Anche i ministranti, i lettori, i commentatori, e tutti i membri del coro svolgono un vero ministero liturgico" (CCC 1143).
In questo modo, nella celebrazione dei sacramenti, tutta l’assemblea è "liturga", ciascuno secondo la propria funzione, ma "nell’unità dello Spirito" che agisce in tutti. "Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o fedele, svolgendo il proprio ufficio, compia solo e tutto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza" (CCC 1144).
b) Come celebrare?
* Segni e simboli (CCC 1145-1152)
* Parole e azioni (CCC 1153-1155)
* Canto e musica (CCC 1156-1158)
* Le sacre immagini (CCC 1159-1162)
c) Quando celebrare?
* Il tempo liturgico (CCC 1163-1165)
* Il Giorno del Signore (CCC 1166-1171)
* Il Santorale nell’anno liturgico (CCC 1172-1173)
* La Liturgia delle Ore (CCC 1174-1178)
d) Dove celebrare? (CCC 1179-1186)
9. I luoghi della celebrazione
a) Gli edifici destinati al culto divino
Quando non viene ostacolato l’esercizio della libertà religiosa, i cristiani costruiscono edifici destinati al culto divino. Tali chiese visibili non sono semplici luoghi di riunione, ma significano e manifestano la Chiesa che vive in quel luogo, dimora di Dio con gli uomini riconciliati e uniti in Cristo (CCC 1180).
«La casa di preghiera - in cui l’Eucaristia è celebrata e conservata; in cui i fedeli si riuniscono; in cui la presenza del Figlio di Dio nostro Salvatore, che si è offerto per noi sull’altare del sacrificio, viene venerata a sostegno e consolazione dei fedeli - deve essere nitida e adatta alla preghiera e alle sacre funzioni». In questa «casa di Dio», la verità e l’armonia dei segni che la costituiscono devono manifestare Cristo che in quel luogo è presente e agisce (cf. SC 7; CCC 1181).
b) L’altare
L’altare della Nuova Alleanza è la croce del Signore dalla quale scaturiscono i sacramenti del mistero pasquale (cf. Eb 13, 10). Sull’altare, che è il centro della chiesa, viene reso presente il sacrificio della croce sotto i segni sacramentali. Esso è anche la Mensa del Signore, alla quale è invitato il popolo di Dio. In alcune liturgie orientali, l’altare è anche il simbolo della tomba, cioè Cristo è veramente morto e veramente risorto (CCC 1182).
c) Il tabernacolo
Il tabernacolo, nelle chiese, deve essere situato «in luogo distintissimo, col massimo onore». La nobiltà, la disposizione e la sicurezza del tabernacolo eucaristico devono favorire l’adorazione del Signore realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare (CCC 1183).
d) La sede
La sede del Vescovo (cattedra) o del presbitero «deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera» (CCC 1184).
e) L’ambone
L’ambone: «L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata e verso il quale, durante la liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli» (PNMR 272; CCC 1184).
f) Il battistero
Il radunarsi del popolo di Dio ha inizio con il Battesimo; la chiesa deve quindi avere un luogo per la celebrazione del Battesimo (battistero) e favorire il ricordo delle promesse battesimali (CCC 1185).
g) Luogo per accogliere i penitenti
Il rinnovamento della vita battesimale esige la penitenza. La chiesa deve perciò prestarsi all’espressione del pentimento e all’accoglienza del perdono, e questo comporta un luogo adatto per accogliere i penitenti (CCC 1185).
h) La soglia
Infine, la chiesa ha un significato escatologico. Per entrare nella casa di Dio bisogna varcare una soglia, simbolo del passaggio dal mondo ferito dal peccato al mondo della vita nuova al quale tutti gli uomini sono chiamati. La chiesa visibile è simbolo della casa patema verso la quale il popolo di Dio è in cammino e dove il Padre «tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 21, 4). Per questo la chiesa è anche la casa di tutti i figli di Dio, aperta e accogliente (CCC 1186).
i) Applicazioni delle norme diocesane
Per quanto possibile, il fotografo si sistemi fuori del presbiterio; in ogni caso è proibito passeggiare abusivamente sul presbiterio distraendo l’assemblea dalla celebrazione e non rispettando la sacralità del luogo. Le borse ed i contenitori della strumentazione vanno riposti fuori dall’area celebrativa, adiacenti e appartati.
L’operatore dovrà occupare un posto fisso, in precedenza concordato con il responsabile del luogo e limitatamente ai momenti liturgici sottoindicati:
Matrimonio: 1. accoglienza; 2. rito del sacramento: consenso, scambio degli anelli; 3. offertorio da parte degli sposi; 4. scambio della pace; 5. comunione degli sposi; 6. firme; 7. uscita del corteo nuziale.
Battesimo: 1. rito di introduzione; 2. ingresso in chiesa; 3. riti di unzione; 4. infusione dell’acqua; 5. consegna della veste bianca e della candela.
Prima Comunione e Cresima: l. ingresso in chiesa; 2. processione per la presentazione dei doni; 3. momento della comunione e della crismazione.
Non si deve assolutamente consentire la ripresa fotografica o di altro genere durante i momenti forti della liturgia, quali la Consacrazione, l’ostensione delle Sacre Specie, la proclamazione della Parola di Dio e l’omelia.
j) Applicazioni del Regolamento quadro nazionale
E’ dovere degli operatori prendere contatto per tempo con il parroco o con il sacerdote responsabile della chiesa per gli opportuni accordi e con loro prenderanno visione del luogo e della disposizione delle persone nell’azione rituale. Qualora gli operatori trovassero l’illuminazione della chiesa insufficiente, inadeguata o male posizionata per le riprese video e/o fotografiche, si troverà di comune accordo con il parroco una soluzione valida alla soddisfazione delle reciproche esigenze.
Gli operatori non dovranno distogliere l’attenzione dei presenti dallo svolgimento dell’azione liturgica o distrarli dalla devota partecipazione ad essa. In particolare, limiteranno gli spostamenti allo stretto necessario e faranno un uso discreto del flash.
Fotografare gruppi di parenti ed amici all’interno della chiesa è consentito dopo le celebrazioni purché venga conservato il decoroso rispetto dei luoghi sacri, (in particolare si escluda il Presbiterio).
Gli operatori cureranno di non lasciare in vista valigie o sacche; per il deposito dell’attrezzatura e le procedure tecniche dovrà essere utilizzato un luogo che non sia di impedimento all’azione rituale.
10. La celebrazione eucaristica
a) I nomi con cui viene chiamato questo sacramento (CCC 1328-1332)
L’insondabile ricchezza di questo sacramento si esprime attraverso i diversi nomi che gli si danno. Ciascuno di essi ne evoca aspetti particolari. Lo si chiama: Eucaristia, perché è rendimento di grazie a Dio. I termini «eucharistein» e «eulogeìn» ricordano le benedizioni ebraiche che - soprattutto durante il pasto - proclamano le opere di Dio: la creazione, la redenzione e la santificazione.
* Cena del Signore, perché si tratta della Cena che il Signore ha consumato con i suoi discepoli la vigilia della sua Passione e dell’anticipazione della cena delle nozze dell’Agnello nella Gerusalemme celeste.
* Frazione del Pane, perché questo rito, tipico della cena ebraica, è stato utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa, soprattutto durante l’ultima Cena. Da questo gesto i discepoli lo riconosceranno dopo la sua Risurrezione, e con tale espressione i primi cristiani designeranno le loro assemblee eucaristiche. In tal modo intendono significare che tutti coloro che mangiano dell’unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo Corpo.
* Assemblea eucaristica («synaxis»), in quanto l’Eucaristia viene celebrata nell’assemblea dei fedeli, espressione visibile della Chiesa.
* Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore.
* Santo Sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa.
* Santo sacrificio della Messa, «sacrificio di lode» (Eb 13, 15), sacrificio spirituale, sacrificio puro e santo, poiché porta a compimento e supera tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.
* Santa e divina Liturgia, perché tutta la Liturgia della Chiesa trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento; è nello stesso senso che lo si chiama pure celebrazione dei Santi Misteri. Si parla anche del Santissimo
* Sacramento, in quanto costituisce il Sacramento dei sacramenti. Con questo nome s’indicano le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo.
* Comunione, perché, mediante questo sacramento, ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo; viene inoltre chiamato le cose sante - è il significato originale dell’espressione «comunione dei santi» di cui parla il Simbolo degli Apostoli - pane degli angeli, pane del cielo, farmaco d’immortalità, viatico...
* Santa Messa, perché la Liturgia, nella quale si è compiuto il Mistero della salvezza, si conclude con l’invio dei fedeli («missio») affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana.
b) Idee fondamentali per una retta comprensione della santa Messa
Prima di esaminare i punti qualificanti dell’istruzione generale circa il rito eucaristico, è importante porre in luce la definizione di Messa che nel documento viene proposta: «Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico. Per questa riunione locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: "Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20). Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea dei fedeli riuniti in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche» (n. 7).
Cerchiamo ora di evidenziare alcuni aspetti fondamentali dell'istruzione:
* Si sottolinea anzitutto il valore e la centralità dell’assemblea che si raccoglie come popolo di Dio sotto la presidenza del sacerdote che agisce in persona Christi. Nella sua struttura celebrativa, la comunità cultuale rivela una diversità di ministeri, d’uffici, di carismi. Ciascuno dei fedeli nella dinamica del rito è chiamato ad esprimere, secondo la propria condizione, il particolare dono che lo Spirito gli ha offerto, nella convinzione che i molteplici uffici sono elargizioni dello Spirito per l’edificazione dell’unico Corpo di Cristo. La finalità specifica dell’assemblea che si raduna è di rendere presente il Signore negli aspetti salvifici della sua personalità, in modo particolare nel suo sacrifico pasquale.
* Emerge chiara la figura biblica delle due mense, quella della parola di Dio e quella dell’Eucaristia. Seguendo gli insegnamenti del Vaticano II, il documento si pone, nella prospettiva di recuperare lo stesso legame tra i due momenti celebrativi che costituiscono un unico atto di culto nella duplicità del segno: ambone e altare. L’annuncio, mentre dà vitalità alla fede della comunità, si ritraduce, mediante il linguaggio conviviale del sacramento, nel rendimento di grazie in vista della piena immedesimazione a Cristo di tutti i fedeli.
* La liturgia della Parola rappresenta la fonte della freschezza teologale propria della relazione dialogica che caratterizza la vita del popolo di Dio, chiamato a celebrare la signoria della SS. Trinità nella dinamica propria dell’alleanza. In essa Dio ha l’iniziativa di avviare il dialogo con l’umanità; a tale proposta di grazia, la comunità cultuale risponde accettando, assimilando, pregando, impegnandosi nella luce della Parola proclamata. La liturgia della Parola vive di tutta la pregnanza della proclamazione che raggiunge il cuore dell’uomo e lo mette in sintonia con la misteriosa volontà del Padre.
* La mensa della celebrazione eucaristica è espressione del rendimento di grazie della comunità rigenerata dall’annuncio del Vangelo nella propria esperienza di fede. Nella contemporaneità liturgica con il Cristo, il celebrante rende sacramentalmente presente il sacrificio pasquale e lo celebra in continuità, obbedendo al comando di Cristo, che manifestò la volontà che il rito fosse sempre celebrato in sua memoria.
* Nell’ambito della celebrazione, si pone in luce come tutto il popolo di Dio unito a Cristo celebri il mistero eucaristico. Nel contesto dell’assemblea il presidente, riflesso della viva presenza del Cristo, si pone in atteggiamento di servizio nei confronti dei fedeli riuniti. Egli è invitato a porre i gesti e la devozione personale in secondo piano, in rapporto con il bene spirituale comune dell’assemblea che presiede. L’esercizio dei diversi carismi e ministeri partecipa della personalità del Signore che, attraverso la loro attiva presenza, vuol rendere la comunità ecclesiale segno profetico per l’umanità in cammino. Inoltre il momento celebrativo rappresenta lo sviluppo e la manifestazione del sacerdozio battesimale dei fedeli.
* Il rituale richiama anche gli atteggiamenti interiori di chi esercita la ministerialità, attraverso la sottolineatura del chiaro riferimento a Cristo Signore. Il processo comunionale è l’anima di tutto il rito della celebrazione eucaristica. Convocato nella SS. Trinità, il popolo di Dio è chiamato a sviluppare tale vocazione ponendosi in sintonia teologale ed esistenziale con le tre Persone divine. L’esercizio della ministerialità non rappresenta solo un momento funzionale in ordine all’attualizzazione della Pasqua del Signore nella e mediante la celebrazione, ma vive di tutta una pregnanza spirituale.
* Una delle linee emergenti nel cammino della riforma liturgica è rappresentata dall’urgenza che i diversi segni corrispondano alla loro verità celebrativa. La riscoperta del valore autentico dei molteplici linguaggi celebrativi nella prospettiva di una celebrazione autentica, semplice, coinvolgente e ricca di comunicazione e di comunione è una delle preoccupazioni di tutta la riforma liturgica.
* L’importanza del discorso partecipativo di tutto il popolo riunito e di ciascuno dei suoi membri, qualifica la normativa inerente l’animazione dell’assemblea e i criteri per gli adattamenti previsti. L’assemblea è chiamata ad approfondire la sua vitalità attraverso la comprensione viva dei linguaggi della celebrazione, e ad inserirsi nei dinamismi della celebrazione stessa, vivendola come accoglienza e risposta al dialogo proprio nell’azione pasquale della Messa.
* La dimensione celebrativa acquista maggiore pienezza attraverso la significatività dei luoghi architettonici della celebrazione, quali l’altare, l’ambone, la sede della presidenza. La diversità del luogo occupato dai membri dell’assemblea serve a indicare la diversità del ministero e di compito per ciascuno, nell’unità dell’ambiente e dell’assemblea.
Acquista grande importanza anche la «verità» dei diversi oggetti e vasi che vengono utilizzati nel corso della celebrazione; tutto ciò rende il linguaggio celebrativo più comunicativo.
* Un ultimo aspetto che scaturisce dalla lettura dell’ordinamento del rito della Messa, è rappresentato dal fatto che il responsabile della celebrazione, con i membri della comunità, può operare una scelta di testi nella costruzione di una fruttuosa celebrazione, in vista dell’edificazione della comunità ecclesiale. La liturgia eucaristica vissuta con lo spirito che l’istruzione propone, diventa veramente il luogo in cui la comunità celebra con verità l’attualità del Mistero pasquale del Signore, vive l’inserimento in esso, rafforza la propria vitalità teologale; in un orientamento verso la pienezza celebrativa propria della Gerusalemme celeste.
c) Analisi delle singole parti della celebrazione eucaristica in vista dell’attuazione del Direttorio
* La celebrazione del Sacramento non è una "cerimonia" esteriore o uno spettacolo, ma è "azione sacra" per eccellenza, in quanto azione di Cristo e della Chiesa, sua sposa (cf. SC 7).
Anche il fotografo ed il video-operatore fanno parte di quella comunità di fedeli riuniti per la celebrazione e, soprattutto se sono credenti, sono chiamati a prendere parte attiva all’azione liturgica con un comportamento corrispondente ai diversi momenti dell’azione compiuta dall’Assemblea.
* Diamo una breve descrizione dei singoli momenti celebrativi:
- Riti di introduzione: il loro senso è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità (cf. PNMR 24). Sacerdote, sposi, ministri, coloro che svolgono un "servizio", fedeli, si adoperino perché nella celebrazione si crei il clima giusto: raccoglimento, attenzione, partecipazione, ecc. Soprattutto l’Atto penitenziale è un momento che esige il silenzio per riconoscere e confessare i propri peccati, così da accogliere il perdono del Padre.
- La liturgia della Parola: è il momento importante perché "nelle letture, che poi vengono spiegate nell’omelia, Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale" (cf. PNMR 33). La Parola di Dio rivela il senso dei Sacramenti. Per questo i fedeli l’ascoltino senza distrazioni per dare ad essa la propria risposta di fede e di preghiera.
- La presentazione dei doni: mentre tutti siedono viene preparato l’altare e mediante la processione vengono presentati i doni (pane e vino per l’Eucaristia).
- La preghiera eucaristica: costituisce la parte più importante della celebrazione. Inizia con le parole del sacerdote: "Il Signore sia con voi... In alto i nostri cuori", ecc., e si conclude con l’acclamazione: "Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente..."; l’assemblea acclama: "Amen". E’ la "preghiera di grazie e di santificazione" (cf. PNMR 54) che il sacerdote dice a nome di tutta la comunità per ringraziare Dio e nella quale il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo, e quindi si rinnova e si offre il sacrificio di Gesù.
- I riti di comunione: iniziano con la recita comunitaria del "Padre Nostro" (orazione che caratterizza i cristiani); segue la preghiera per la pace, lo scambio del gesto destinato ad esprimerla e il canto allo spezzare del Pane; hanno luogo quindi la comunione eucaristica e la "Orazione dopo la Comunione".
- I riti conclusivi: sono costituiti dalla benedizione, dal congedo (in caso del matrimonio (dal momento dalle firme degli sposi e dei testimoni) e dall’uscita dalla Chiesa.
11. Illuminare un luogo
Sia la luce naturale che la luce artificiale contribuiscono a creare e a modificare lo spazio della celebrazione, influenzando la percezione che si ha del volume, delle pareti, del soffitto, dei pavimenti, delle persone…
* Prendere coscienza che...
La luce naturale entra a far parte dello spazio celebrativo non solo per assicurare rilevanti effetti estetici, ma anche per consentire una luminosità funzionale allo svolgimento della celebrazione.
La luce artificiale viene introdotta rispecchiando il più possibile le funzioni della luce naturale.
All’interno dello spazio, l’illuminazione mette le persone in relazione le une con le altre e anche con le cose.
Nel corso della celebrazione, una particolare illuminazione dell’edificio può contribuire a creare l’ambiente, ma l’edificio non deve captare l’attenzione a svantaggio delle persone e dell’azione liturgica.
Poiché la celebrazione è un’azione nella quale tutta l’assemblea agisce, nessuno deve essere lasciato in ombra.
* Alcuni errori da evitare…
Eccetto il caso particolare di un oggetto fisso che si vuole far risaltare, chi è competente sa che deve evitare un’illuminazione violenta e diretta che appiattisce i volumi e produce ombre. Un caso frequente è l’ombra della mano del celebrante sull’altare. Al contrario, una luce radente, di lato, evidenzia i volumi.
Sono da evitare i fari posti in basso, con luce orizzontale sulle persone. Esse rimangono accecate e perdono il contatto con l’assemblea. In particolare, ci si ricordi che il presbiterio non è una scena teatrale, né i ministri sono attori che recitano davanti ad un pubblico.
12. I dinamismi di comunicazione nella Celebrazione eucaristica
Parlare di celebrazione significa parlare di un’azione, di qualcosa che viene fatto da qualcuno in un determinato tempo e spazio. Qualificandosi come evento, essa non esiste se non nel momento in cui viene messa in opera da una comunità ecclesiale. Da ciò scaturisce la sua irriducibile e irrinunciabile novità: in essa «l’evento di Cristo diventa l’Evento della Chiesa riunita qui e adesso».
Nella celebrazione, dunque, c’è un’azione che fa accadere qualcosa. Tale azione si struttura secondo i diversi linguaggi del linguaggio rituale e assume il valore di un dialogo (cf. SC 33). Più precisamente, allora, nell’azione liturgica prende forma sensibile la comunicazione salvifica tra Dio e il suo popolo.
La celebrazione, quindi, è opera in quanto è attuazione di un’altra opera, quella compiuta da Cristo. Per cui risulta essere opera di Cristo e della Chiesa. Per questo, se da un lato è la Chiesa che celebra il mistero di Cristo, dall’altro è Cristo che associa a sé la Chiesa nella realizzazione di quest’opera.
Sotto questo aspetto la celebrazione porta in se un’esigenza di fedeltà a quanto Cristo ha compiuto. Per cui si esige una fedeltà al mistero di Cristo donato da Dio, e le persone che celebrano devono farli in piena libertà e mossi dal desiderio di partecipare, tramite il rito liturgico, al Mistero della salvezza.
Per questi motivi il valore supremo deve essere quello della celebrazione in quanto realizza nello stesso tempo il rispetto per Dio e per l’uomo convenuti per realizzare un evento di salvezza.
Da qui la non accessibilità ai luoghi e ai momenti liturgici salienti in cui ciò si realizza: l’atto penitenziale, la liturgia della Parola e la Preghiera eucaristica!
13. Il Battesimo
a) L’identità del Sacramento
Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito, e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: «Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la Parola» (CCC 1213).
b) I vari momenti della celebrazione
Il significato e la grazia del sacramento del Battesimo appaiono chiaramente nei riti della sua celebrazione. Seguendo con attenta partecipazione i gesti e le parole di questa celebrazione, i fedeli sono iniziati alle ricchezze che tale sacramento significa e opera in ogni nuovo battezzato (CCC 1234).
Il segno della croce, all’inizio della celebrazione, esprime il sigillo di Cristo su colui che sta per appartenergli e significa la grazia della redenzione che Cristo ci ha acquistata per mezzo della sua croce (CCC 1235).
L’annunzio della Parola di Dio illumina con la verità rivelata i candidati e l’assemblea, e suscita la risposta della fede, inseparabile dal Battesimo. Infatti il Battesimo è in modo tutto particolare «il sacramento della fede», poiché segna l’ingresso sacramentale nella vita di fede (CCC 1236).
Dal momento che il Battesimo significa la liberazione dal peccato e dal suo istigatore, il diavolo, viene pronunziato uno (o più) esorcismo(i) sul candidato. Questi viene unto con l’olio dei catecumeni, oppure il celebrante impone su di lui la mano, ed egli rinunzia esplicitamente a Satana. Così preparato, può professare la fede della Chiesa alla quale sarà «consegnato» per mezzo del Battesimo (CCC 1237).
L’acqua battesimale viene quindi consacrata mediante una preghiera di Epiclesi (sia al momento stesso, sia nella notte di Pasqua). La Chiesa chiede a Dio che, per mezzo del suo Figlio, la potenza dello Spirito Santo discenda su quest’acqua, in modo che quanti vi saranno battezzati «nascano dall’acqua e dallo Spirito» (CCC 1238).
Segue poi il rito essenziale del sacramento: il Battesimo propriamente detto, che significa e opera la morte al peccato e l’ingresso nella vita della Santissima Trinità attraverso la configurazione al Mistero pasquale di Cristo. Il Battesimo viene compiuto nel modo più espressivo per mezzo della triplice immersione nell’acqua battesimale. Ma fin dall’antichità può anche essere conferito versando per tre volte l’acqua sul capo del candidato (CCC 1239).
Nella Chiesa latina questa triplice infusione è accompagnata dalle parole del ministro: «N., io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo» (CCC 1240).
L’unzione con il sacro Crisma, olio profumato consacrato dal vescovo, significa il dono dello Spirito Santo elargito al nuovo battezzato. Egli è divenuto un cristiano, ossia «unto» di Spirito Santo, incorporato a Cristo, che è unto sacerdote, profeta e re (CCC 1241).
La veste bianca significa che il battezzato si è «rivestito di Cristo» (Gal 3, 27): egli è risorto con Cristo. La candela, accesa al cero pasquale, significa che Cristo ha illuminato il neofita. In Cristo i battezzati sono «la luce del mondo» (Mt 5, 14). Il nuovo battezzato è ora figlio di Dio nel Figlio Unigenito. Può dire la preghiera dei figli di Dio: il Padre nostro (CCC 1243).
La benedizione solenne conclude la celebrazione del Battesimo. In occasione del Battesimo dei neonati la benedizione della madre occupa un posto di rilievo (CCC 1245).
c) Momenti in cui è consentito fare le riprese durante il battesimo
# Dal Direttorio diocesano (n. 12a):
- ingresso in chiesa;
- al segno di croce sulla fronte;
- riti d’unzione;
- infusione dell’acqua (o immersione)
- consegna della veste bianca e della candela accesa.
# Dal Regolamento quadro nazionale (n.12):
Le riprese con macchine fotografiche e telecamere, oltre ad alcune panoramiche, sono permesse: al segno di croce sulla fronte; all’unzione sul petto; all’infusione dell’acqua (immersione); all’unzione sul capo; alla consegna della veste bianca e della candela accesa.
14. La Confermazione o Cresima
a) L’identità del Sacramento
Con il Battesimo e l’Eucaristia, il sacramento della Confermazione costituisce l’insieme dei «sacramenti dell’iniziazione cristiana», la cui unità deve essere salvaguardata. E’ dunque necessario spiegare ai fedeli che la recezione di questo sacramento è necessaria per il rafforzamento della grazia battesimale. Infatti, «con il sacramento della Confermazione [i battezzati] vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo, e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede come veri testimoni di Cristo» (LG 11; CCC 1285).
b) I vari momenti della celebrazione
Quando la Confermazione viene celebrata separatamente dal Battesimo, come avviene nel rito romano, la Liturgia del sacramento ha inizio con la rinnovazione delle promesse battesimali e con la professione di fede da parte dei cresimandi. In questo modo risulta evidente che la Confermazione si colloca in successione al Battesimo (cf. SC 71). Quando viene battezzato un adulto, egli riceve immediatamente la Confermazione e partecipa all’Eucaristia (CIC 866; CCC 1298).
Nel rito romano, il vescovo stende le mani sul gruppo dei cresimandi: gesto che, fin dal tempo degli Apostoli, è il segno del dono dello Spirito. Spetta al vescovo invocare l’effusione dello Spirito: «Dio onnipotente, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che hai rigenerato questi tuoi figli dall’acqua e dallo Spirito Santo liberandoli dal peccato, in fondi in loro il tuo santo Spirito Paraclito: spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, e riempili dello spirito del tuo santo timore. Per Cristo, nostro Signore» (CCC 1299).
Segue il rito essenziale del sacramento. Nel rito latino, «il sacramento della Confermazione si conferisce mediante l’unzione del crisma sulla fronte, che si fa con l’imposizione della mano, e mediante le parole: "Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono"» (CCC 1300).
c) Momenti in cui è consentito fare le riprese durante la Confermazione (e la prima Comunione):
# Dal Direttorio diocesano (n. 12b):
- ingresso in chiesa;
- processione per la presentazione dei doni;
- momento e della crismazione (o della comunione).
# Dal Regolamento quadro nazionale (n. 12):
Nella celebrazione (della Cresima e) della Messa di prima Comunione: si prendano accordi con il Parroco per i momenti di particolare rilievo, inclusa anche la possibilità di un gruppo fotografico al termine della celebrazione. Durante l’atto penitenziale, la liturgia della Parola, la preghiera eucaristica, si eviti ogni intervento degli operatori.
15. Il Matrimonio
a) L’identità del Sacramento «Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento» (CCC 1601; CIC 1055§1).
b) La celebrazione del Matrimonio
Nel rito latino, la celebrazione del Matrimonio tra due fedeli cattolici ha luogo normalmente durante la santa Messa, a motivo del legame di tutti i sacramenti con il mistero pasquale di Cristo (cf. SC 61). Nell’Eucaristia si realizza il memoriale della Nuova Alleanza, nella quale Cristo si è unito per sempre alla Chiesa, sua diletta Sposa per la quale ha dato se stesso (cf. LG 6). E’ dunque conveniente che gli sposi suggellino il loro consenso a donarsi l’uno all’altro con l’offerta delle loro proprie vite, unendolo all’offerta di Cristo per la sua Chiesa, resa presente nel sacrificio eucaristico, e ricevendo l’Eucaristia, affinché, nel comunicare al medesimo Corpo e al medesimo Sangue di Cristo, essi «formino un corpo solo» (1Cor 10, 17) in Cristo (CCC 1621).
«In quanto gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione liturgica del Matrimonio… deve essere per sé valida, degna e fruttuosa». Conviene quindi che i futuri sposi si dispongano alla celebrazione del loro Matrimonio ricevendo il sacramento della Penitenza (CCC 1622).
Nella Chiesa latina, si considera abitualmente che sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso. Nelle liturgie orientali, il ministro del sacramento (chiamato «Incoronazione») è il presbitero o il vescovo che, dopo aver ricevuto il reciproco consenso degli sposi, incorona successivamente lo sposo e la sposa in segno dell’alleanza matrimoniale (CCC 1623).
Le diverse liturgie sono ricche di preghiere di benedizione e di epiclesi che chiedono a Dio la sua grazia e la benedizione sulla nuova coppia, specialmente sulla sposa. Nell’epiclesi di questo sacramento gli sposi ricevono lo Spirito Santo come comunione d’amore di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). E’ lui il sigillo della loro alleanza, la sorgente sempre offerta del loro amore, la forza in cui si rinnoverà la loro fedeltà (CCC 1624).
c) Schema del rito del Matrimonio
Il rito del matrimonio celebrato durante la Messa si svolge in questo modo:
- accoglienza degli sposi da parte del ministro ordinato;
- richiamo del Battesimo
- liturgia della Parola;
- atto sacramentale;
- speciale benedizione degli sposi;
- liturgia eucaristica;
- benedizione finale;
- firma dei documenti;
- uscita dalla chiesa.
d) Considerazioni sui vari momenti del rito del Matrimonio
* Accoglienza degli sposi da parte del ministro ordinato.
All’inizio il sacerdote va all’ingresso della chiesa e accoglie gli sposi, salutandoli e manifestando la partecipazione della chiesa alla loro gioia; tale accoglienza può avvenire in un secondo modo, nel luogo preparato per gli sposi.
Questo gesto esprime simpatia umana e fraterna, solidarietà con i sentimenti degli sposi e offre loro un saluto non soltanto personale ma a nome della comunità ecclesiale che il ministro rappresenta. E’ un avvenimento che ricorda e celebra l’incontro tra l’uomo e la donna.
* Richiamo del Battesimo
Viene fatto subito dopo il saluto del presidente all’inizio della celebrazione. Fa vedere un chiaro collegamento del Matrimonio con la scelta opzionale fatta nel Battesimo. Si conclude con l’aspersione degli sposi con l’acqua benedetta.
* Liturgia della parola.
Le letture per la celebrazione del matrimonio sono una grande catechesi che i due sposi e l’intera comunità cristiana «ascoltano e mettono in pratica» (Lc 8, 21). La scelta dei testi da proclamare, è bene venga fatta con i fidanzati: dovrebbe rispondere alla loro situazione concreta e interpretare sia il progetto di Dio come le istanze degli sposi. Non sembra da incoraggiare l’uso invalso di far proclamare agli sposi le letture non solo perché questo fatto può indulgere allo spettacolo, ma soprattutto perché nella celebrazione la Parola è «rivolta» anzitutto a loro! La scelta dei lettori va prevista in anticipo, in modo che non sia sempre e solo chi presiede a fare tutto.
* Atto sacramentale.
Il rito centrale attraverso cui si celebra il matrimonio si svolge in questo modo:
- Allocuzione rituale del sacerdote: indica il valore del rito sacramentale, richiama la consapevolezza del battesimo e sottolinea la presenza di Cristo nell’amore coniugale.
- Interrogazione degli sposi: le interrogazioni agli sposi riguardano la loro libertà nel contrarre il matrimonio, la loro promessa di fedeltà nell’amore reciproco, la loro disponibilità ad accogliere ed educare i figli nella legge del Signore e della Chiesa. Si tratta di un dialogo dell’impegno che chiama in causa la coscienza degli sposi, e proclama solennemente, durante l’azione liturgica e di fronte a tutta l’assemblea presente, le condizioni necessarie per l’esistenza del sacramento del matrimonio.
- Scambio del consenso matrimoniale da parte degli sposi: il sacerdote invita gli sposi ad esprime il consenso che è il fondamento vero e proprio del Matrimonio. L’espressione del reciproco consenso avviene con il gesto di congiungere la mano destra degli sposi e la pronuncia da parte loro della formula stabilita, che esprime l’impegno di fedeltà, d’amore e di rispetto per tutta la vita.
- Accoglienza e ratifica del consenso da parte del sacerdote: la ratifica del consenso viene dichiarata dal sacerdote come rappresentante della Chiesa e si conclude con le parole evangeliche: «Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce» (Mt 19, 6; Mc 10, 9). Così il sacerdote è presente come testimone e santificatore del matrimonio realizzato nel nome della SS. Trinità!
- Benedizione e consegna degli anelli: il sacerdote benedice gli anelli con una breve formula, poi gli sposi compiono la consegna reciproca degli anelli accompagnando l’atto con parole che rinnovano l’espressione dell’amore e della fedeltà reciproca. Questo gesto conserva un innegabile valore simbolico del reciproco legame di fedeltà e d’amore!
- Benedizione solenne degli sposi: il valore della benedizione risulta dalla presenza di questa invocazione fin dai tempi antichi in una liturgia cristiana specifica per la celebrazione del matrimonio e dalla solennità della formula. L’insieme del rito della benedizione, gesti e parole, cioè il silenzio tra l’invito a pregare, la recitazione della formula, lo stare inginocchiati degli sposi, l’imposizione delle mani del ministro ordinato che pronuncia l’invocazione, costituiscono un’unità che evidenzia la presenza e l’azione divina del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
- Preghiera dei fedeli: la preghiera dei fedeli che segue ha molteplici temi relativi all’esperienza coniugale, alla paternità e alla maternità, alla testimonianza evangelica, alla carità e alla maturazione cristiana. In essa tutti chiedono a Dio l’aiuto per i nuovi sposi affinché realizzino nella loro vita il mistero del Sacramento che hanno appena celebrato.
* Liturgia eucaristica.
Gli sposi possono portare all’altare il pane e il vino eucaristici. Nella Preghiera eucaristica è inserita una formula di intercessione per gli sposi.
* Benedizione finale.
f) Momenti in cui è consentito fare le riprese durante il Matrimonio:
# Dal Direttorio diocesano (n. 12c): l’operatore dovrà occupare un posto fisso, in precedenza concordato con il responsabile del luogo limitatamente ai momenti liturgici sottoindicati:
- all’ingresso in chiesa (accoglienza);
- al rito del sacramento: consenso, scambio degli anelli;
- offertorio da parte degli sposi;
- scambio della pace;
- comunione degli sposi (facendo attenzione ai tempi);
- ai riti conclusivi;
- durante le firme;
- all’uscita del corteo nuziale.
# Dal Regolamento quadro nazionale (n. 4 e 12): le riprese con macchine fotografiche e telecamere, oltre ad alcune panoramiche, sono permesse:
- all’ingresso in Chiesa;
- al rito del Matrimonio;
- alla processione offertoriale;
- al rito della pace;
- alla comunione (facendo attenzione ai tempi...)
- ai riti conclusivi.
Durante l’atto penitenziale, la liturgia della Parola, la preghiera eucaristica, si eviti ogni intervento degli operatori.
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- A documentare le varie celebrazioni è ammesso un solo fotografo e/o un video-operatore incaricato dai genitori o dagli sposi, nonché eventuali collaboratori!
- Ci deve essere sempre precedentemente alle celebrazioni un incontro del fotografo con il sacerdote responsabile della chiesa per accordi circa i tempi e i modi di intervento!
- Il parroco o il rettore della chiesa devono vigilare che i fotografi e i video-operatori rispettino le norme diocesane.
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