| Eucaristia: fonte e culmine II |
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| Scritto da don Pietro Jura | |
| martedì 08 gennaio 2008 | |
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L’Eucaristia:
- origine - nomi e doni dell'Eucaristia
Nell’anno 2005 abbiamo celebrato l’Anno dell’Eucaristia che è stato indetto dal Servo di Dio Giovanni Paolo II con la lettera apostolica "Mane nobiscum Domine" (7 ottobre 2004). Sono stati organizzati diversi convegni, incontri, iniziative varie… Chiaramente, l’Anno dell’Eucaristia va posto in stretta relazione con l’enciclica di Giovanni Paolo II "Ecclesia de Eucharistia" (13 aprile 2003) che costituisce l’orizzonte ed il quadro di riferimento necessari per comprendere il legame intrinseco che intercorre tra l’Eucaristia e la Chiesa, tra il corpo sacramentale di Cristo e quello mistico che è la Chiesa. Non si può prescindere da un’altra enciclica dello stesso Pontefice: "Dies Domini" (31 maggio 1998) nella quale è stata sottolineata la centralità dell’assemblea eucaristica domenicale per l’esperienza di fede dei cristiani e l’edificazione della comunità ecclesiale.
Parlando dell’Eucaristia, si deve esaminare anche due documenti della CEI: "Comunicare il Vangelo in un modo che cambia" (2001) e "Il volto missionario delle nostre parrocchie in un mondo che cambia" (2004) e anche la lettera del nostro vescovo Salvatore Boccacio: "Nel cuore della Chiesa" (2005). 1. Origine, contenuto fondamentale e linee di sviluppo Il NT parla diffusamente in cinque luoghi di questo sacramento come di un "testamento" di Gesù Cristo. Si tratta innanzitutto dei quattro racconti dell’istituzione, che provengono da due filoni tradizionali: l’uno formato da Mc 14, 22-25 e Mt 26, 26-29, e l’altro, da Lc 22, 15-20 e Paolo con 1Cor 11, 23-25. Da uno studio attento risulta che il racconto lucano non si limita a copiare e riprodurre la formulazione paolina, ma le due forme si rifanno indipendentemente a una redazione che poté provenire dalla comunità di lingua greca di Antiochia e che fu formulata verso l’anno 40 circa. Ancora più antica fu forse la fonte del racconto di Marco (e di Matteo, che ne dipende), è radicata in un’antica tradizione semitica e risalente al primo decennio dopo la morte di Gesù. In tutti i racconti si riflette già la tradizione liturgica e cioè i testi usati nella liturgia delle comunità. Come forma originaria sembra di poter riconoscere il testo seguente: «Ed egli prese il pane, pronunciò su di esso la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. E disse: "Questo è il mio corpo, che è dato per i molti. Fate questo in memoria di me!". Ugualmente prese anche il calice dopo la cena, con le parole: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue"» . Un ulteriore chiarimento teologico del mistero eucaristico, in collegamento con le precedenti affermazioni, è dato da Gv 6, 48-59. Uno dei più significativi studiosi dell’Eucarestia negli ultimi decenni, il professore di dogmatica Johannes Betz, morto nel 1984, sintetizza così il contenuto di queste affermazioni bibliche: «Se consideriamo con uno sguardo d’insieme le notizie bibliche sulla Cena del Signore, emergono più chiaramente le sue linee dominanti e le idee portanti. Ne risulta la seguente sintesi: il NT annuncia quanto più ripetutamente tanto più chiaramente l’identità dei doni eucaristici con la persona reale di Gesù, che per noi e per la nostra salvezza si offre nella cruenta morte espiatrice di croce - e qui si dà in cibo nel sacramento per donarci così la redenzione relizzata morendo. La redenzione è quindi essenzialmente lui stesso, la sua persona incarnata, che si offre in sacrificio di espiazione e in tutto ciò opera per la nostra salvezza. Con la presenza reale di questa persona è perciò strettamente congiunta anche la presenza attuale della sua opera salvifica di un tempo, e l’eucarestia diventa la presenza sacramentale dell’intero evento salvifico "Gesù", nel quale la persona e la sua opera formano un’unità inscindibile. Tutti i testimoni neotestamentari manifestano questa fede». I concetti ripetutamente usati da J. Betz di presenza reale (personale) e attuale vogliono render chiaro che nella celebrazione dell’eucarestia non si ha solo la presenza di Gesù, ma anche l’opera salvifica da lui realizzata, opera che culmina nella sua offerta sulla croce per noi e per la nostra salvezza. Scrive: «Il dono che Gesù lascia dietro a sé non è solo un’idea da annunciare nella parola e da render manifesta nel sacramento, non solo un qualcosa di esistenziale da realizzare nella sequela credente e moralmente impegnata di Gesù; l’ultimo e più grande dono di Gesù, e quindi l’essenza del cristianesimo, è propriamente lui stesso, Gesù Cristo. Questa persona vuole non solo essere raggiunta nella fede, ma vuole essere ricevuta in tutta la sua realtà». L’ulteriore evoluzione dalla Cena di Gesù alla celebrazione eucaristica della comunità primitiva si è avuta così: dapprima le parole di benedizione sul pane e sul vino furono pronunciate dopo la cena comunitaria, in seguito però furono completamente separate da questa e unite ai servizio di preghiera della domenica mattina. Da uno scritto del martire Giustino risulta che verso la metà del sec. II alla celebrazione eucaristica venne premessa una liturgia della Parola, quale era allora usuale nelle sinagoghe degli ebrei. Le due celebrazioni si fusero in una sola liturgia. Incontriamo per la prima volta il testo completo di un’antica eucarestia cristiana nello scritto Tradizione apostolica del prete romano Ippolito, che deve essere datato verso l’anno 215. Qui, come poi avverrà in seguito, si trovano testi che sono da prendere come modelli e che possono essere variati dal celebrante. Con l’ulteriore ampliarsi della chiesa si formano numerosi centri liturgici, che elaborano la liturgia e specialmente l’eucarestia ciascuno a modo proprio. Non è possibile qui occuparsi più da vicino delle rispettive particolarità. Qui è il caso solamente di notare un’affermazione dogmatica del Concilio di Trento, in cui si dice che la messa è la ripresentazione (repraesentatio), il memoriale (memoria) e l’applicazione del sacrificio della croce compiuto una sola volta da Cristo (DS 1740). Questo Concilio ha così messo in evidenza anche all’inizio dell’era moderna i concetti fondamentali, che abbiamo incontrato nella ricerca neotestamentaria. Lo stesso Concilio di fronte ai molti e non sempre felici modi di celebrare la messa ordina una riforma del messale romano. Essa entrò in vigore sette anni dopo la fine del concilio, sotto Pio V (1570), e rimase valida per 400 anni circa senza grandi cambiamenti . Il Vaticano II nel secondo capitolo della sua costituzione liturgica si occupa diffusamente del «santo mistero dell’eucarestia». La sua particolare preoccupazione è «che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, con una comprensione piena dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente, siano istruiti nella parola di Dio, si nutrano alla mensa del corpo del Signore, rendano grazie a Dio» (SC 48). A questo scopo il Concilio richiede una rielaborazione del rito della messa in modo «che appaiano più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la partecipazione pia e attiva dei fedeli. Per questo i riti, conservando fedelmente la loro sostanza, siano resi più semplici; si sopprimano quegli elementi che col passare dei secoli furono duplicati o aggiunti inutilmente; siano invece ristabiliti secondo la primitiva norma dei santi padri quelli elementi che col trascorrere del tempo sono caduti in disuso, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (SC 50).
Seguendo queste direttive il "Consilium" romano elaborò dapprima la parte invariabile del messale, l’Ordo Missae, il quale dopo alcuni cambiamenti da parte dell’Autorità superiore fu approvato e posto in vigore il 3 aprile 1969 (Giovedì santo) con la Costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI. Seguì quindi un anno dopo l’edizione dell’intero messale. In testa vi si trovano i "Principi e norme per l’uso del messale romano" (= PNMR) e le norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario. Al contrario di quanto avveniva prima, i PNMR contengono non solo disposizioni rubricali, ma anche spiegazioni riguardanti i contenuti.
La celebrazione eucaristica, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio, è il centro della vita cristiana, fonte e culmine della vita della Chiesa (SC 10), celebrazione memoriale del mistero pasquale (PNMR 1). Per poter trarre con abbondanza questi frutti di vita cristiana è necessario che chi vi prende parte sia educato ad una partecipazione consapevole, piena, sia interiore che esteriore, sostenuta dalla fede, dalla speranza e dalla carità. Dobbiamo renderci conto che la partecipazione personale ed attiva all’Eucaristia è esigita dalla natura stessa della celebrazione. Questa partecipazione, inoltre, è un diritto e dovere che nasce dal Battesimo (PNMR 1-3). Nell’Eucarista è "racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dalla spirito Santo e vivificante dà la vita agli uomini" (EE 1). In essa, la Chiesa "scopre la piena manifestazione dell’immenso amore" del suo Signore (EE 1).
Tutto cominciò quel «primo giorno della settimana», «il giorno della risurrezione», quando i discepoli incontrarono il Risorto. Riflettiamo sull’importanza di quel momento:
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