| Il raduno liturgico e la sua teologia |
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| Scritto da don Pietro Jura | |
| martedì 08 gennaio 2008 | |
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Corso d’Aggiornamento per i Ministri Straordinari della Comunione (2007)
(tenuto da don Pietro Jura)
Il raduno liturgico e la sua teologia. Per una mistagogia del rito introduttivo
«Nel giorno che chiamano "[Giorno] del Sole", da parte di tutti quelli che abitano sia nelle città sia nelle campagne si la un raduno in uno stesso lungo...» (S. Giustino).
Di tutti gli elementi che figurano nel rito introduttivo della Messa, il più importante è senza dubbio il saluto iniziale, che ne costituisce in qualche modo la spina dorsale. Sotto il profilo teologico, esso supera di gran lunga l’antifona di introito, il segno di croce iniziale, l’atto penitenziale, il Kyrie eleison, l’eventuale Gloria e la stessa orazione colletta. In favore della sua importanza depongono le numerose mistagogie che gli riservano i Padri della Chiesa, unanimi nel presentarlo come primo atto della celebrazione liturgica. Agostino, nel raccontare un miracolo avvenuto il giorno di pasqua, evidenzia il saluto quale preliminare immediato e unico della liturgia della Parola. Così si esprime: «Avanziamo verso il popolo. La chiesa era tutta piena e si udivano soltanto voci di gaudio: "Deo gratis! Deo laudes!". Salutai il popolo, e di nuovo tutti ripresero ad acclamare con maggior fervore. Fattosi finalmente silenzio, furono proclamate le letture scritturistiche di quella solennità E, giunto il tempo dell’omelia, feci un discorso breve secondo le esigenze del momento e la grandezza di quella gioia; quindi lasciai che il popolo, più che udire con le orecchie, vedesse con i propri occhi l’eloquenza di Dio, che parlava nella sua opera divina». I Padri sottolineano che il presidente saluta i fedeli da lui convocati come Cristo salutava gli Apostoli dopo la risurrezione, e come gli Apostoli, a loro volta, salutavano i fedeli entrando nelle loro case. Il saluto «Pax vobis», tradizionalmente riservato al vescovo, è infatti il saluto del Signore risorto. Cirillo di Alessandria così lo commenta: "Infatti [Cristo] salutava i discepoli, servendosi di espressioni ad essi familiari, e dicendo cioè «Pace a voi!». In tal modo egli stabiliva come una legge per i figli della Chiesa. Perciò avviene che soprattutto nelle sante sinassi, proprio agli inizi della celebrazione misterica, noi ci diciamo gli uni agli altri queste parole". Giovanni Crisostomo ricorda che si tratta di un saluto ripetuto più volte nel corso dell’azione liturgica: "… E una volta, e due volte, e tre volte, e spesso colui che presiede alla Chiesa dà il saluto di pace, dicendo: «Pace a voi!». Perché?... perché Cristo ha ordinato che gli Apostoli, entrando nelle case, dicessero subito...: «Pace a voi!» [Mt 10, 12]... Ma colui che presiede alla Chiesa non dice soltanto «Pace a voi?», bensì: «Pace a tutti»". Nel commentare Mt 10, 12-13 (Entrando in una casa, salutatela…ecc.), lo stesso Crisostomo trae spunto per illustrare la teologia del saluto con cui il sacerdote apre la celebrazione. Da questa mistagogia occasionale, giacché occasionata da un commento esegetico, stralciamo alcune espressioni d’immediato interesse: "Cristo ha affermato la grandezza della pace, dicendo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» [Gv 14, 27]. Si deve fare tutto il possibile per godere di quella pace e in casa e in chiesa. Infatti pure in chiesa colui che presiede dà la pace... Bisogna quindi accoglierlo con ogni desiderio... E’ per te che siede il presbitero; è per te che sta [là] il maestro con fatica e travaglio. Quale scusa potrai dunque avere, non dimostrando neppure accoglienza per ascoltarlo? La chiesa è infatti la casa comune di tutti. Noi vi entriamo dopo che voi già ci avete preceduti... Per questo, entrando, subito diciamo la pace a tutti insieme, secondo quella legge [fissata dal Signore]. Perciò nessuno sia facilone, nessuno sia con-la-testa-nelle-nuvole (metèoros = come-una-meteora ), mentre entrano i sacerdoti e maestri. Non piccolo infatti è il castigo che sovrasta per un siffatto [comportamento]. Preferirei essere disprezzato mille volte entrando in una delle vostre case, piuttosto che non essere ascoltato mentre dico queste cose. Ciò sarebbe per me meno gravoso di quello, dal momento che questa casa è più degna!". Il Concilio di Orléans, dell’anno 511, dedica un canone alla risposta che i fedeli sono tenuti a dare: "Ordiniamo che al saluto del sacerdote si dia la conveniente risposta; e che non siano soltanto i chierici e le donne consacrate a Dio a rispondere al sacerdote, ma tutto il popolo deve rispondere devotamente con voce unanime". Del saluto s’interessa pure il Concilio di Braga, dell’anno 563, che si preoccupa di evitare inutili distinzioni tra saluto episcopale e saluto presbiterale: "Parimenti è piaciuto [stabilire] che non si facciano distinzioni tra il saluto del vescovo e il saluto del presbitero, ma tutti salutino allo stesso modo, dicendo «Il Signore sia con Voi!», come si legge nel libro di Rut [Rt 2, 4], e che il popolo risponda «E con il tuo spirito», secondo la tradizione che tutto l’Oriente conserva come tramandata dagli stessi Apostoli ..." 2. Questionario di riflessione sul Rito Introduttivo
a) Nella vita spirituale e nella situazione concreta della tua parrocchia, come è vissuta la dimensione del raduno liturgico? I fedeli la percepiscono solo in maniera abitudinaria come azione prevista dall’orario e dalle rubriche, oppure riescono a viverla veramente sul piano spirituale e teologico?
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