Scuola dei Ministeri

Eucaristia. I Parte

 

2839.jpgIl sacramento dell’Eucaristia (CCC 1322-1419)  

I Parte 


1. Nomi dell’Eucaristia (CCC 1328-1332)

Con la parola eucaristia (in greco eucharistein [cf. Lc 22, 19; 1Cor 11,24] e eulogein  [cf. Mt 26, 26; Mc 14, 22]: ringraziamento, rendimento di grazie) designiamo quel sacramento che nell’ambito cat­tolico per lo più viene detto messa o sacrificio della messa, e nelle chiese della Riforma, santa Cena.

Altri nomi:

* Cena del Signore (cf. 1Cor 11, 20) perché si tratta della Cena che il Signore ha consumato con i suoi discepoli la vigilia della sua Passione e dell’anticipazione della cena delle nozze dell’Agnello (cf. Ap 19, 9) nella Gerusalemme celeste.

* Frazione del Pane, perché questo rito, tipico della cena ebraica, è stato utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa (cf. Mt 14, 19; Mt 15, 36; Mc 8, 6; Mc 8, 19) soprattutto durante l’Ultima Cena (cf. Mt 26, 26; 1Cor 11, 24). Da questo gesto i discepoli lo riconosceranno dopo la sua Risurrezione (cf. Lc 24, 13-35) e con tale espressione i primi cristiani designeranno le loro assemblee eucaristiche (cf. At 2, 42. 46; 20, 7). In tal modo intendono significare che tutti coloro che mangiano dell’unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo corpo (cf. 1Cor 10, 16-17).

* Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore.

* Santo Sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa; o ancora santo sacrificio della Messa, sacrificio di lode (Eb 13, 15; Sal 116, 13.17); sacrificio spirituale (cf. 1Pt 2, 5), sacrificio puro (cf. Ml 1, 11) e santo, poiché porta a compimento e supera tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.

* Santa e divina Liturgia, perché tutta la Liturgia della Chiesa trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento; è nello stesso senso che lo si chiama pure celebrazione dei Santi Misteri.

* Santissimo Sacramento, in quanto costituisce il Sacramento dei sacramenti. Con questo nome si indicano le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo.

* Comunione, perché, mediante questo sacramento, ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo (cf. 1Cor 10, 16-17).

* Cose Sante[1] - è il significato originale dell’espressione comunione dei santi di cui parla il Simbolo degli Apostoli - pane degli angeli, pane del cielo, farmaco d’immortalità[2], viatico.

* Santa Messa, perché la Liturgia, nella quale si è compiuto il Mistero della salvezza, si conclude con l’invio dei fedeli (missio) affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana.

 

Su questo sacramento tanto si è studiato e scritto, che in un paio di incontri non si possono illustrare diffusamente tutti gli aspetti che sono stati messi in luce dalla dogmatica, dall’esegesi, dalla storia dei dogmi e dalla scienza liturgica.

 2. Origine, contenuto fondamentale e linee di sviluppo

Il NT parla diffusamente in cinque luoghi di questo sacramento come di un “testamento” di Gesù Cristo. Si tratta innanzitutto dei quattro racconti dell’istituzione, che provengono da due filoni tradi­zionali: l’uno formato da Mc 14, 22-25 e Mt 26, 26-29, e l’altro, da Lc 22, 15-20 e Paolo con 1Cor11, 23-25[3]. Ancora più antica fu forse la fonte del racconto di Marco (e di Matteo, che ne dipende), è radicata in un’antica tradizione semitica e risalente al primo decennio dopo la morte di Gesù[4]. In tutti i racconti si riflette già la tradizione liturgica e cioè i testi usati nella liturgia delle comunità.

Come forma originaria sembra di poter riconoscere il testo seguente. «Ed egli prese il pane, pronunciò su di esso la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. E disse: “Questo è il mio corpo, che è dato per i molti. Fate questo in memoria di me!”. Ugualmente prese anche il calice dopo la cena, con le parole: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”»[5]. Un ulteriore chiarimento teologico del mistero eucaristico, in collegamento con le precedenti affermazioni, è dato da Gv 6, 48-59[6].

Uno dei più significativi studiosi dell’eucaristia negli ultimi decenni, il professore di dogmatica Johannes Betz,morto nel 1984, sintetizza così il contenuto di queste affermazioni bibliche: «Se consideriamo con uno sguardo d’insieme le notizie bibliche sulla Cena del Signore, emergono più chiaramente le sue linee dominanti e le idee portanti. Ne risulta la seguente sintesi: il NT annuncia quanto più ripetuta­mente tanto più chiaramente l’identità dei doni eucaristici con la persona reale di Gesù, che per noi e per la nostra salvezza si offre nella cruenta morte espiatrice di croce - e qui si dà in cibo nel sacramento per donarci così la redenzione realizzata morendo. La redenzione è quindi essenzialmente lui stesso, la sua persona incarnata, che si offre in sacrificio di espiazione e in tutto ciò opera per la nostra salvezza. Con la presenza reale di questa persona è perciò strettamente congiunta anche la presenza attuale della sua opera sal­vifica di un tempo, e l’eucaristia diventa la presenza sacramentale dell’intero evento salvifico “Gesù”, nel quale la persona e la sua opera formano un’unità inscindibile. Tutti i testimoni neotestamentari manifestano questa fede»[7].

I concetti ripetutamente usati da J. Betz di presenza reale (perso­nale) e attuale vogliono render chiaro che nella celebrazione dell’eucaristia non si ha solo la presenza di Gesù, ma anche l’opera salvifica da lui realizzata, opera che culmina nella sua offerta sulla croce per noi e per la nostra salvezza. «Il dono che Gesù lascia dietro a sé non è solo un’idea da annunciare nella parola e da render ma­nifesta nel sacramento, non solo un qualcosa di esistenziale da realiz­zare nella sequela credente e moralmente impegnata di Gesù; l’ultimo e più grande dono di Gesù, e quindi l’essenza del cristianesimo, è propriamente lui stesso, Gesù Cristo. Questa persona vuole non solo essere raggiunta nella fede, ma vuole essere ricevuta in tutta la sua realtà»[8].

L’ulteriore evoluzione dalla Cena di Gesù alla celebrazione eucaristica della comunità primitiva si è avuta così: dapprima le parole di benedizione sul pane e sul vino furono pronunciate dopo la cena comunitaria, in seguito però furono completamente separate da questa e unite al servizio di preghiera della domenica mattina.

Da uno scritto del martire Giustino[9] risulta che verso la metà del sec. II alla celebrazione eucaristica venne premessa una liturgia della Parola, quale era allora usuale nelle sinagoghe degli ebrei. Le due celebrazioni si fusero in una sola liturgia. Incontriamo per la prima volta il testo completo di un’antica eucaristia cristiana nello scritto Tradizione apo­stolica del prete romano Ippolito,che deve essere datato verso l’anno 215[10]. Qui, come poi avverrà in seguito, si trovano testi che sono da prendere come modelli e che possono essere variati dal celebrante.

Con l’ulteriore ampliarsi della chiesa si formano numerosi centri litur­gici, che elaborano la liturgia e specialmente l’eucaristia ciascuno a modo proprio. Non è possibile qui occu­parsi più da vicino delle rispettive particolarità.

Altri particolari storici si trovano nella successiva spiegazione del rito della messa. Qui è il caso solamente di notare un’affermazione dogmatica del concilio di Trento,in cui si dice che la messa è la ripresentazione (reprae­sentatio),il memoriale (memoria)e l’applicazione del sacrificio della croce compiuto una sola volta da Cristo (DS 1740). Questo concilio ha così messo in evidenza anche all’inizio dell’era moderna i concetti fondamentali, che abbiamo incontrato nella ricerca neotestamentaria.

Lo stesso concilio di fronte ai molti e non sempre felici modi di celebrare la messa ordina una riforma del Messale Romano. Essa entrò in vigore sette anni dopo la fine del concilio, sotto Pio V (1570), e rimase valida per 400 anni circa senza grandi cambiamenti[11].

Il Vaticano II nel secondo capitolo della sua costituzione liturgica si occupa diffusamente del «santo mistero dell’eucaristia». La sua particolare preoccupazione è «che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra con­sapevolmente, piamente, e attivamente; siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio» (SC 48). A questo scopo il concilio richiede una rielaborazione del rito della messa in modo «che appariscano più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli. Per questo i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano resi più semplici; si tralascino quegli elementi che col passare dei secoli furono duplicati o meno utilmente aggiunti; alcuni elementi invece, che col tempo andarono ingiustamente perduti, siano riportati alla primitiva tradizio­ne dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (SC 50).

Seguendo queste direttive il “Consilium” romano elaborò dapprima la parte invariabile del messale, l’Ordo Missae il quale dopo alcuni cambiamenti da parte dell’Autorità superiore fu approvato e posto in vigore il 3 aprile 1969 con la Costituzione aposto­lica Missale Romanum di Paolo VI.Seguì quindi un anno dopo l’edizione dell’intero messale. In testa vi si trovano i “Principi e norme per l’uso del messale romano” (= PNMR) e le norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario. Al contrario di quanto avveniva prima, i PNMR contengono non solo disposizioni rubricali, ma anche spiegazioni riguardanti i contenuti.

Dopo due anni di preparazione poté essere ultimata la traduzione in lingua italiana; essa, approvata secondo le delibere dell’Episcopato italiano, fu confermata dalla Congregazione per il Culto Divino il 29 novembre 1972. Il nuovo Messale Romano fu pubblicato il 19 marzo 1973 e divenne obbligatorio il 10 giugno 1973, solennità di Pente­coste. Il 15 agosto 1983 veniva pubblicata una seconda edizione del Messale Romano (conferma della Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino del 29 giugno 1983). Preparata secondo gli orien­tamenti dei competenti organismi della Santa Sede e sulla base dell’esperienza maturata nei venti anni dalla promulgazione della SC essa conteneva «le variazioni e gli arricchimenti della seconda edizione tipica latina del 1975 ed altri testi eucologici facoltativi di nuova composizione, maggiormente rispondenti al linguaggio e alle situa­zioni pastorali» delle comunità italiane. Tra le novità di questa edizione va considerata anche la parte con le “Melodie per il rito della messa ed altri riti”, di nuova creazione.

Per quanto riguarda i testi latini, dal 10 novembre 1969 era in vigore la norma per cui all’edizione del messale in lingua parlata do­veva essere aggiunta un’appendice latina. Un anno dopo Roma pub­blicava un Missale parvum,che conteneva testi supplementari latini. Tale Missale parvum fu pubblicato come volume separato, annesso alla prima edizione del Messale Romano.Il messale stesso conteneva dei testi latini importanti dell’Ordinario e del Proprio, poi aumentati di numero nella seconda edizione.

All’inizio dell’estate dell’anno 2000 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha divulgato una nuova edizione dell’Institutio Generalis Missalis Romani, quale estratto e anticipo della terza edizione tipica del Messale Romano.

La terza edizione del Messale Romano fu pubblicata nel 2002, anche se il decreto della sua promulgazione porta la data del 20 aprile 2000[12]. Attualmente è in fase di traduzione in lingua italiana. Finora è stato pubblicato l’Ordinamento Generale del Messale Romano[13].

 3. Eucaristia nell’Economia della Salvezza (CCC 1333-1344)

Ci limiteremo semplicemente alla lettura del CCC: «Al centro della celebrazione dell’Eucaristia si trovano “il pane e il vino i quali, per le parole di Cristo e per l’invocazione dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. La Chiesa, essendo fedele al comando di Cristo continua a fare, in memoria di lui, fino al suo glorioso ritorno, ciò che egli ha fatto durante l’Ultima Cena, cioè: “Prese il pane…”, “Prese il calice del vino…”. Questi segni del pane e del vino, in modo misterioso diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Così,all’offertorio, rendiamo grazie al Creatore per il pane e per il vino (cf. Sal 104, 13-15) “frutto del lavoro dell’uomo”, ma prima ancora “frutto della terra” e “della vite”, doni del Creatore. Nel gesto di Melchisedek, re e sacerdote, che “offrì pane e vino” (Gen 14, 18)la Chiesa vede una prefigurazione della sua propria offerta» (CCC 1333)[14].

«Nell’Antica Alleanza il pane e il vino sono offerti in sacrificio tra le primizie della terra, in segno di riconoscenza al Creatore. Ma ricevono anche un nuovo significato nel contesto dell’Esodo: i pani azzimi, che Israele mangia ogni anno a Pasqua, commemorano la fretta della partenza liberatrice dall’Egitto; il ricordo della manna del deserto richiamerà sempre a Israele che egli vive del pane della Parola di Dio (cf. Dt 8, 3). Il pane quotidiano, infine, è il frutto della Terra promessa, pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse. Il “calice della benedizione” (1Cor 10, 16), al termine della cena pasquale degli ebrei, aggiunge alla gioia festiva del vino una dimensione escatologica, quella dell’attesa messianica della restaurazione di Gerusalemme. Gesù ha istituito la sua Eucaristia conferendo un significato nuovo e definitivo alla benedizione del pane e del calice» (CCC 1334)

«I miracoli della moltiplicazione dei pani, allorché il Signore pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li distribuì per mezzo dei suoi discepoli per sfamare la folla, prefigurano la sovrabbondanza di questo unico pane che è la sua Eucaristia (cf. Mt 14, 13-21; Mt 15, 32-39). Il segno dell’acqua trasformata in vino a Cana (cf. Gv 2, 11) annunzia già l’Ora della glorificazione di Gesù. Manifesta il compimento del banchetto delle nozze nel Regno del Padre, dove i fedeli berranno il vino nuovo (cf. Mc 14, 25) divenuto il Sangue di Cristo» (CCC 1335).

«Il primo annunzio dell’Eucaristia ha provocato una divisione tra i discepoli, così come l’annunzio della Passione li ha scandalizzati: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (Gv 6, 60). L’Eucaristia e la croce sono pietre d’inciampo. Si tratta dello stesso mistero, ed esso non cessa di essere occasione di divisione: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6, 67): questa domanda del Signore continua a risuonare attraverso i secoli, come invito del suo amore a scoprire che è lui solo ad avere “parole di vita eterna” (Gv 6, 68) e che accogliere nella fede il dono della sua Eucaristia è accogliere lui stesso» (CCC 1336).

 3.1. Istituzione dell’Eucaristia

«Il Signore, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, mentre cenavano, lavò loro i piedi e diede loro il comandamento dell’amore (cf. Gv 13, 1-17). Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua Pasqua, istituì l’Eucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione, e comandò ai suoi apostoli di celebrarla fino al suo ritorno, costituendoli “in quel momento sacerdoti della Nuova Alleanza”» (CCC 1337)[15].

«I tre Vangeli Sinottici e San Paolo ci hanno trasmesso il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia; da parte sua, San Giovanni riferisce le parole di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, parole che preparano l’istituzione dell’Eucaristia: Cristo si definisce come il pane di vita, disceso dal cielo (cf. Gv 6)» (CCC 1338).

«Gesù ha scelto il tempo della Pasqua per compiere ciò che aveva annunziato a Cafarnao: dare ai suoi discepoli il suo Corpo e il suo Sangue» (CCC 1339)[16].

«Celebrando l’Ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell'Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno» (CCC 1340).

 3.2. «Fate questo in memoria di me»

«Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole “finché egli venga” (1Cor 11, 26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto. Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre» (CCC 1341).

«Fin dagli inizi la Chiesa è stata fedele al comando del Signore. Della Chiesa di Gerusalemme è detto: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore” (At 2, 42.46)» (CCC 1342).

«Soprattutto “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica, il giorno della Risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano “per spezzare il pane” (At 20, 7). Da quei tempi la celebrazione dell'Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa» (CCC 1343).

«Così, di celebrazione in celebrazione, annunziando il Mistero pasquale di Gesù “finché egli venga” (1Cor 11, 26), il Popolo di Dio avanza “camminando per l’angusta via della croce”[17]verso il banchetto celeste, quando tutti gli eletti si siederanno alla mensa del Regno» (CCC 1344).

  4. Struttura e singole parti della Messa = Celebrazione (CCC 1345-1355)

Dobbiamo subito notare che a partire dal II sec., «abbiamo la testimonianza di San Giustino martire riguardo alle linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristica. Esse sono rimaste invariate fino ai nostri giorni in tutte le grandi famiglie liturgiche» (CCC 1345).

Questo Santo, verso il 155, per spiegare all’imperatore pagano Antonino Pio (138-161) ciò che fanno i cristiani, scrive:

«Nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi… sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie… per essere stati fatti degni da lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: “Amen”. Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua “eucaristizzati” e ne portano agli assenti»[18]

Il CCC insegna che la «Liturgia dell’Eucaristia si svolge secondo una struttura fondamentale che, attraverso i secoli, si è conservata fino a noi. Essa si articola in due grandi momenti, che formano un’unità originaria:- la convocazione, la “Liturgia della Parola”, con le letture, l’omelia e la preghiera universale;- la “Liturgia eucaristica”, con la presentazione del pane e del vino, l’azione di grazie consacratoria e la comunione.

“Liturgia della Parola” e “Liturgia eucaristica” costituiscono insieme “un solo atto di culto” (SC 56); la mensa preparata per noi nell’Eucaristia è infatti ad un tempo quella della Parola di Dio e quella del Corpo del Signore» (CCC 1346)[19].

 

Con la riforma la struttura della messa ha guadagnato in chiarezza e trasparenza. Essa «è costituita da due parti, la “Liturgia della Pa­rola” e la “Liturgia eucaristica”; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevano istruzione e ristoro» (OGMR 28)[20]. Senza dubbio quest’affermazione contiene una valorizza­zione della liturgia della Parola, che prima era considerata per lo più come la parte che precede la messa, e la cui perdita una precedente teologia morale casuistica aveva classificato solo come una colpa “ve­niale”, trattandosi solo di una parte “insignificante” (pars exigua)[21].Queste due “parti principali” sono delimitate dai riti di introduzione e di conclusione[22].

Lo schema strutturale che vi proporrò ora cerca di chiarire l’articolazione della messa e di facilitare uno sguardo d’insieme. Partiamo dalle parole del CCC: «Tutti si riuniscono. I cristiani accorrono in uno stesso luogo per l’assemblea eucaristica. Li precede Cristo stesso, che è il protagonista principale dell’Eucaristia. E’ il grande sacerdote della Nuova Alleanza. E’ lui stesso che presiede in modo invisibile ogni celebrazione eucaristica. Proprio in quanto lo rappresenta, il vescovo o il presbitero (agendo “in persona Christi capitis” - nella persona di Cristo Capo) presiede l’assemblea, prende la parola dopo le letture, riceve le offerte e proclama la preghiera eucaristica. Tutti hanno la loro parte attiva nella celebrazione, ciascuno a suo modo: i lettori, coloro che presentano le offerte, coloro che distribuiscono la Comunione, e il popolo intero che manifesta la propria partecipazione attraverso l’Amen» (1348).

 4.1. Riti di introduzioneComprendono: introito con il canto d’ingresso; bacio dell’altare e incensazione; segno di croce; saluto del popolo radu­nato; monizione introduttiva; Atto penitenziale; Kyrie;Gloria; Colletta.

Il loro compito consiste nel fare della comunità radunata una assemblea consapevole, e nel preparare ad ascoltare la proclamazione della parola di Dio e a celebrare degnamente l’eucaristia.

Il canto per l’ingresso (in latino: antiphona ad introitum)del sacer­dote con i ministri ha la funzione di «dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mi­stero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la proces­sione del sacerdote e dei ministri» (OGMR 47). Le possibilità della sua messa in opera sono molteplici (cf. OGMR 48). In nessun caso l’assemblea dovrebbe essere condannata a un ascolto muto, ma nel canto di ingresso cantore o schola e popolo dovrebbero, ognuno secondo la sua parte, unirsi nel canto e così trovarsi riuniti in una assemblea cele­brante. Talvolta in luogo del canto si può anche eseguire un pezzo d’organo. Se non si esegue il canto d’ingresso l’antifona di introito del messale viene letta dai fedeli o da un lettore o anche dal cele­brante dopo il saluto (cf. OGMR 48).

Per prima cosa il sacerdote e il diacono venerano l’altare quale simbolo di Cristo con un bacio;si può fare quindi, specie nei giorni festivi, l’incensazione dell’altare.L’uso dell’incenso, una mescolanza di resine di vari alberi, era già conosciuto nel culto del tempio nell’AT e nell’antichità pagana. I cristiani dapprima lo rifiutarono, ma nell’epoca costantiniana entrò, portato dall’Oriente, nel culto cristiano. Qui venne inteso come un simbolo della preghiera (cf. Sal140, 2) e come un segno dell’omaggio e della preghiera d’interces­sione della chiesa. Si giunse così a incensare l’altare, le offerte, la croce, le immagini, le reliquie e inoltre i ministri e l’assemblea. Sarebbe errato se si volesse considerare l’incenso come un dono a Dio e come un sacrificio in se stesso.

Il celebrante si reca quindi alla sede presidenziale e di qui guida i rimanenti riti d’introduzione e la liturgia della Parola. Il luogo e l’aspetto della sede presidenziale devono far capire che il sacerdote è la guida dell’assemblea liturgica. L’OGMR consiglia come posto adatto per la sede il fondo del presbiterio e sottolineano che essa non può avere la forma di trono (310).

Sacerdote e fedeli facendo insieme il segno della croce si pongono sotto la croce di Cristo e dimostrano così d’attendere la salvezza da questa croce. Si salutano quindi reciprocamente con una delle sette formule, che il messale presenta a scelta. E’ del tutto possibile che il sacerdote aggiunga qui una parola personale di saluto e di augurio. ­Soltanto ci si dovrebbe guardare da eccessivi sviluppi soggettivi, non sopportabili per la durata dall’insieme della comunità. Le formule of­ferte dal messale, secondo OGMR 50, hanno anche la funzione di manifestare «il mistero della Chiesa radunata», ossia la presenza del mistero della chiesa nell’assemblea celebrante.

La successiva, prevista Introduzione,che può essere fatta dal sa­cerdote o da un altro ministro, dovrebbe essere concisa e non svi­lupparsi in una prima predica.

Il successivo Atto penitenziale ha preso il posto delle precedenti preghiere ai piedi dell’altare con la confessione generale (Confiteor).Esso può avere ancora la forma di una confessione comunitaria, ab­breviata nel complesso e insieme ampliata con l’accenno ai peccati di omissione. In luogo del Confiteor ci sono altre due possibilità d’in­vocare la misericordia di Dio con formule di dialogo tra il sacerdote e l’assemblea. Una di esse ingloba il Kyrie e porta così a una oppor­tuna abbreviazione dei riti d’introduzione, piuttosto lunghi. Atto penitenziale e Kyrie possono essere anche sostituiti da una aspersione dei fedeli con acqua benedetta. I testi di preghiera e di canto previsti allo scopo presentano questo rito innanzi tutto come ricordo e rinnovazione del battesimo.

L’invocazione Kyrie era già conosciuta nell’antichità pagana come grido di omaggio alla divinità o a un sovrano, venerato come un Dio. La chiesa la riferì, nel senso degli scritti paolini, a Cristo come a suo Signore divino. In Oriente tale invocazione ripetuta era nota dapprima nell’ambito delle preghiere litaniche (Ectenie), nelle quali l’assemblea rispondeva alle singole intenzioni con l’invocazione del Kyrie. In Occidente tale litania collocata originariamente al termine della Liturgia della Parola, in seguito passò all’inizio della celebrazione, dove, con la perdita delle intenzioni acquistò infine la forma più tardiva dell’invocazione Kyrie ripetuta. In corrispondenza all’uso ori­ginario l’OGMR permette anche oggi di inserire nuovamente dei brevi testi (Tropi), per cui il Kyrie riprende la forma di litania (52).

Possibilmente il Kyrie deve essere cantato da tutta l’assemblea. Ogni invocazione normalmente va eseguita solo due volte.

Il Gloria in excelsis Deo (Gloria a Dio nell’alto dei cieli) appar­tiene a quei numerosi inni composti e cantati dalla chiesa primitiva, prima di assumere come vero e proprio libro di canto i Salmi. Mentre la prima strofa, dopo l’inno angelico, contiene una esaltazione del Padre e del Figlio, la seconda strofa è un inno entusiasta a Cristo, nella cui parte finale («Poiché tu solo...») si può ancora cogliere l’energica opposizione al culto dell’imperatore, caratteristico di allora. In paesi dove la presenza protestante è sensibile, nel quadro degli sforzi ecumenici, rappresentanti di tutte le chiese cristiane hanno rea­lizzato negli ultimi anni una traduzione comune del Gloria e di altri testi liturgici dell’assemblea. Nella messa il Gloria si canta fuori delle domeniche di Avvento e di Quaresima, e inoltre nelle solen­nità e feste e in particolari celebrazioni più solenni (OGMR 53).

Ultimo elemento dei riti di introduzione è la Collettaod orazione conclusiva dei riti d’introduzione. Prima il sacerdote pronuncia un invito alla preghiera, al quale segue una breve pausa di meditazione e di preghiera personale. La formula del sacerdote, che segue, esprime specie nei giorni festivi il particolare carattere della celebrazione. Le antiche collette romane (Orationes) erano sempre rivolte al Padre, attraverso il mediatore Cristo, nello Spirito Santo. L’assemblea conclude questa preghiera, che il sacerdote proclama nella forma del noi, con la parola ebraica “Amenche nella maggior parte delle liturgie rimane non tradotta e significa: «Si, così sia!», oppure «Si, così è!». In tal modo l’Amen significa che l’assemblea fa propria la preghiera del sacerdote e per così dire vi appone la propria firma. 4.2. Liturgia della Parola (CCC 1349)

Comprende: letture; canti tra le letture; vangelo; omelia; professione di fede; preghiera universale.

E’ stato già detto prima che già nel sec. II alla celebrazione eucaristica furono premesse delle letture bibliche. La liturgia di preghiera e di letture delle sinagoghe fu all’origine di ciò. Una particolare richiesta del Vaticano II fu che per le celebrazioni liturgiche fosse disposta una lettura della sacra Scrittura «più abbondante, più varia, meglio scelta» (SC 35). Riguardo alla cele­brazione eucaristica esso stabilisce che «la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza» (SC 51). Perciò fu previsto «che, in un determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti della sacra Scrittura» (SC 51). La spinta in questo senso era data dalla convinzione che anche nella liturgia della Parola Cristo si unisce alla sua chiesa e opera per la sua salvezza (cf. SC 7). «… nelle letture, che vengono poi spiegate nell’omelia, Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale… Il popolo fa propria questa Parola divina con il silenzio e i canti, e vi aderisce con la professione di fede. Così nutrito, prega nell’orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero» (OGMR 55).

La normativa in questa materia si ebbe con il nuovo Ordinamento delle letture per la messa, che fu elaborato dal “Consilium” romano e pubblicato per decreto della Congregazione per il culto divino il 25 maggio 1969. Una seconda edizione tipica apparve il 21 gennaio 1981. Essa contiene una “Introduzione pastorale” essenzialmente am­pliata. In particolare viene stabilito quanto segue: in tutte le domeniche e feste sono previste per ogni messa tre letture. La prima dall’AT, la seconda da una lettera degli apostoli, dagli Atti degli apostoli o dall’Apocalisse, la terza da uno dei vangeli. Tuttavia per aprire in più larga misura la lettura della Bibbia ai fedeli, è stato introdotto un ordinamento triennale di pericopi (peri­cope = brano della sacra Scrittura). Questi tre cicli sono contrasse­gnati dalle lettere A, B e C. Il ciclo C va usato negli anni divisibili per tre, gli altri cicli, in successione corrispondente. Per la scelta delle letture si seguirono due principi:quello della “concordanza tematica” e quello della “lettura semicontinua”. Il primo principio trova applica­zione nei tempi liturgicamente significativi dei cicli di Natale e di Pasqua. Nelle domeniche del “tempo ordinario” è determinante il principio della “lettura semicontinua”, cioè viene letto di seguito un libro biblico, omettendo singole parti per motivi pastorali. Questa lettura semicontinua vale però solo per la seconda lettura e per il vangelo, mentre la prima lettura (dall’AT) è in concordanza tematica col vangelo. Si volle così evitare una troppo grande varietà di temi e mettere in rilievo l’unità dei due Testamenti. Nel ciclo A viene letto il vangelo di Matteo, nel ciclo B quello di Marco e nel ciclo C quello di Luca. Il vangelo di Giovanni è riservato alle ultime dome­niche di Quaresima e al tempo pasquale. Gli Atti degli apostoli sono previsti per la prima lettura del tempo pasquale.

L’ordinamento delle letture per i giorni feriali prevede in generale solo due letture. Per la prima lettura ci sono due cicli annuali, di cui il primo è da seguire negli anni dispari e il secondo in quelli pari. I vangeli invece si ripetono ogni anno. Essi sono suddivisi in modo che nelle settimane 1-9 del tempo ordinario si legge Marco, nelle settimane 10-21 Matteo e infine Luca (22-34). Per i tempi con caratteristiche particolari si è fatta una scelta speciale, che tiene conto dell’indole di tali tempi.

Altri ordinamenti di letture riguardano le messe nelle feste e me­morie dei Santi, le messe rituali, per varie necessità e votive. In questi lezionari si ha una ricca possibilità di scelta.

Le letture vengono proclamate da un luogo che è designato come “ambone” (dal greco anabainein = salire). L’ OGMR ne da la se­guente motivazione: «L’importanza della parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la Liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli» (309).

Lettore delle letture bibliche, secondo la tradizione deve essere non il celebrante, ma un altro ministro. Deve apparire così che anche il sacer­dote celebrante si sottomette alla parola di Dio come uditore. Mentre le letture non evangeliche possono essere proclamate anche da un lettore laico, il vangelo deve essere sempre proclamato da un diacono o da un sacerdote, e in caso di necessità, dal celebrante.

Dopo le prime due letture per indicarne la fine si aggiunge: «Parola di Dio» e l’assemblea risponde con l’acclamazione: «Rendiamo grazie a Dio»; al termine del vangelo si dice: «Parola del Signore» e l’assemblea acclama: «Lode a te, o Cristo!».

Secondo una tradizione significativa, dopo le letture bibliche, dei canti fanno riecheggiare quanto si è ascoltato e costituiscono uno spazio di meditazione. Alla prima lettura segue così il Salmo respon­soriale (detto prima Graduale). L’ OGMR lo considera un elemento essenziale della liturgia della Parola. Poiché esso è connesso come contenuto con la lettura, è presentato dai lezionari dopo la lettura stessa (61). Per i diversi tempi dell’anno liturgico e per singoli gruppi di feste di Santi esistono anche salmi responsoriali comuni. Si tratta qui di un canto responsoriale, e cioè il solo cantore o salmista esegue il salmo mentre l’assemblea dopo ogni strofa risponde con un ritornello invariabile.

Dopo la seconda lettura segue l’Alleluia (= Lodate Dio) con un versetto, preso per lo più dal NT. Questo canto non si riferisce alla precedente lettura, ma prepara al vangelo. Si tratta di un grido (accla­mazione) a Cristo. Perciò l’assemblea deve cantarlo stando in piedi (OL, Premesse nr. 23)[23]. In Quaresima si omette l’Alleluia.Al suo posto si esegue il “Canto al vangelo”, detto prima Tratto.

Se prima del vangelo si esegue una sola lettura si possono eseguire entrambi i canti tra le letture o limitarsi a uno di essi.

Due solennità, Pasqua e Pentecoste, hanno un altro canto tra le let­ture, la Sequenza.Quanto tali Sequenze fossero amate appare tra l’altro dal fatto che furono tramandate circa 5 000 Sequenze medievali. Poiché tuttavia si era avuta in questo campo una certa crescita selvaggia, il Messale di Pio V (1570) limitò le Sequenze a quattro. Accanto alle Sequenze di Pasqua e di Pentecoste possono essere mantenute le Sequenze del SS. Corpo e Sangue di Cristo e della B.V. Maria Addolorata (facoltativamente). D’ora in poi tutte le Sequenze hanno il loro posto già prima dell’Alleluia,poiché questo rappresenta l’immediata preparazione al vangelo (cf. OGMR 64).

Il vangelo della messa fin dai tempi antichi viene circondato da una speciale solennità così espressa:

a)      Il ministro della proclamazione deve essere un diacono o un sa­cerdote;

b)      egli pronuncia una propria preghiera di preparazione o si fa impartire una speciale benedizione;
c)  il libro dei vangeli viene portato all’ambone processionalmente e con accompagnamento di incenso e di lumi;

d)      il sacerdote (diacono) segna il libro e se stesso con il segno della croce;

e)      prima della proclamazione incensa il libro (facoltativamente);

f)        prima e dopo la lettura i fedeli dicono (cantano) particolari accla­mazioni («Gloria a te, o Signore»; «Lode a te, o Cristo»);

g)      i fedeli, mentre durante le letture stanno seduti, ascoltano il van­gelo stando in piedi (rispetto, disponibilità);

h)      dopo la lettura il ministro bacia il libro e dice: «La parola del vangelo cancelli i nostri peccati»;

i)        la benedizione dell’assemblea con l’Evangelario (da parte del vescovo).

Questa particolare venerazione portò, in Oriente e in Occidente, pure ad approntare con marcato intento artistico e a corredare con illustrazioni uno speciale libro con i vangeli o le pericopi evangeliche come lezionario particolare. Le premesse del nuovo lezionario della messa raccomandano la ripresa di quest’uso (nr. 36), dopoché già prima richieste del genere erano state espresse. Così in certi paesi si sono avute edizioni di un tale Evangeliario,che con la sua nobile presentazione è adatto a illustrare anche sul piano dei segni la dignità del vangelo[24].

Questa rispettosa messa in risalto del vangelo rispetto alle altre letture non può ad ogni modo indurre ad un minore apprezzamento delle stesse. Anche esse infatti appartengono alle Sacre Scritture ispi­rate, contengono la parola di Dio e, in quanto fanno parte del NT, sono da considerare buona novella (= vangelo). Così anche l’OGMR, sulla scorta della SC del Vaticano II, afferma di tutte le Sacre Scritture, senza dare particolare rilievo al vangelo: «… nelle letture… Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è pre­sente per mezzo della sua parola, tra i fedeli» (55). La venerazione tradizionale ha certo il suo fondamento nel fatto che si consideravano tutte le parole di Gesù tramandate nei quattro vangeli - e non sono poche - come sue parole originali, gli altri scritti neo testamentari invece, come scritti dottrinali o pastorali degli apostoli. Anche se oggi si sa che tutti i libri del NT contengono un’interpretazione teologica e un’attualizzazione pastorale, il nuovo ordinamento ha mantenuto i particolari segni di onore per il vangelo nella messa. Evidentemente non si stimò troppo grande il pericolo di una sotto­valutazione delle altre letture e d’altra parte ci si sentì certo anche confortati dalla presenza di simili riti nelle chiese orientali. Rinunciare a un uso così comune nelle chiese potrebbe sicuramente essere male interpretato.

Letture e vangelo non devono essere compresi in una prospettiva puramente storica come un’informazione su ciò che era nel passato. Ciò potrebbe infatti annoiare, poiché molte pericopi bibliche sono conosciute ai regolari frequentatori della liturgia. E’ molto più im­portante comprendere la sacra Scrittura come un messaggio e un appello all’uditore d’oggi, e aprirsi a questo appello.

La predica (o omelia) come spiegazione dei testi sacri appartiene ai più antichi elementi della Liturgia della Parola. Originariamente essa era il particolare privilegio del vescovo. In considerazione di una certa trascuratezza al riguardo in taluni luoghi e momenti, il Va­ticano II sottolinea che l’omelia è una parte della liturgia e, special­mente nelle messe comunitarie dei giorni domenicali e festivi, non deve essere omessa (SC 52). Per quanto riguarda i suoi contenuti essa deve presentare «dal testo sacro, i misteri della fede e le norme della vita cristiana» (SC 52).Con riferimento alla prima Istruzione per l’attuazione della Costituzione liturgica (26 settembre 1964), l’ OGMR amplia questa direttiva sui contenuti e prevede che l’omelia possa essere una spiegazione di altri testi della messa del giorno «tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta» (65). Di regola l’omelia deve essere tenuta dal sacerdote stesso che celebra. «Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote con celebrante e, secondo l’opportunità, anche a un diacono; mai però a un laico (CIC 767§1). In casi particolari e per un giusto motivo l’omelia può essere tenuta anche dal vescovo o da un presbitero che partecipa alla celebrazione anche se non può concelebrare» (cf. OGMR 66).

Nelle solennità e nelle domeniche, dopo l’omelia, viene recitato o cantato il Credo (=  professione di fede). Il suo significato profondo è di esprimere l’assenso dell’assemblea alla parola di Dio ascoltata nelle letture e nell’omelia, e alle essenziali realtà della fede; nello stesso tempo però è anche un’esaltazione del Dio uno e trino, che realizza la nostra salvezza. Esso, nella forma della più ampia profes­sione di fede niceno-costantinopolitana è stato accolto nella Messa romana solo al volgere del primo millennio. Originariamente esso era la professione di fede battesimale dell’Oriente, mentre in Occidente nel battesimo si recitava la “Professione di fede apostolica” più breve. Così il Credo, nella celebrazione dell’eucaristia è anche ricordo del battesimo e invito alla rinnovazione dello stesso (cf. OGMR 67-68).

Conclusione della liturgia della Parola è la preghiera universale,detta anche “preghiera dei fedeli”. Essa appartiene a quegli elementi dei quali la SC dice: «alcuni elementi invece, che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (50). Del resto questa perdita della preghiera universale durò più di 1400 anni. In questa preghiera universale l’orizzonte dei fedeli si amplia e il popolo di Dio esercita la sua funzione sacerdotale per l’intera umanità. In essa infatti, nella linea della 1Tm2, 1-3, vengono accolte non tanto le personali intenzioni del singolo orante quanto le domande a respiro universale dell’intera chiesa e di tutta l’umanità. Bisogna sottolineare che le intenzioni che vengono proposte devono essere «sobrie, formulate con una sapiente libertà e con poche parole» (OGMR 71).

Di norma deve essere osservato questo seguito (cf. OGMR 70):

a) per le necessità della Chiesa,

b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo,

c) per coloro che si trovano in difficoltà (ad. malati),

d) per la comunità locale.

Nell’ambito di queste categorie le intenzioni possono essere anche liberamente formulate come contenuto e come forma. E così possibile accogliere nella cele­brazione eucaristica il «caldo respiro dell’attualità». Compito del sa­cerdote celebrante è di recitare (o cantare) le formule di introduzione e di conclusione, mentre le singole intenzioni sono proposte da un diacono o da un cantore o anche da uno o più laici (cf. OGMR 71). L’assemblea fa seguire queste domande da un’invocazione collettiva o anche da una preghiera silenziosa, per la quale deve essere allora prevista una corrispondente pausa.



[1] Cf. Constitutiones Apostolorum, 8, 13, 12; Didaché, 9, 5; 10, 6.

[2] Cf. Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20, 2.

[3]Da uno studio attento risulta che il racconto lucano non si limita a copiare e riprodurre la formulazione paolina, ma le due forme si rifanno indipendente­mente a una redazione che poté provenire dalla comunità di lingua greca di Antiochia e che fu formulata verso l’anno 40 circa» (Schneider, Segni della vicinanza di Dio, Queriniana, Brescia, 153).

[4] Cf. J. Jeremias, Die Abendmahlsworte Jesu, Göttingen 19664, 181 (trad. it., Le parole dell’ultima Cena,Paideia, Brescia).

[5] J. Betz, Eucharistie, in Handbuch theologischer Grundbegriffe, v. I, 337 (trad. it., Dizionario teologico, Queriniana, Brescia, v. I, 612).

[6] A questo testo fu dedicato lo studio di J. Betz, che è stato pubblicato nei supplementi della Deutschen Tagespost (6-7 luglio 1984, p. 19 s.) per il “Katholikentag” di Monaco del 1984 sotto il titolo Das Brot des Lebens: Herzmitte des Christentums.Cf. anche i commenti al vangelo di Giovanni.

[7]Die Eucharistie in der Zeit der griechischen Väter, v. II/l: Die Realpräsenz des Leibes und des Blutes Jesu im Abendmahl nach dem Neuen Testament, Freiburg i.Br. 19642, 201.

[8]Idem., 206.

[9]Apologia I, c. 65-67.

[10] Edita da B. Botte, La Tradition apostolique (LQF 39), Münster 1963.

[11] Così sotto Clemente VIII (1604), Urbano VIII (1634), Pio X (1911) e Giovanni XXIII (1962).

[12]Missale Romanum ex decreto sacrosanti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Ioannis Pauli PP. II cura recognitum, editio typica tertia, Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2002. 

[13] Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2000.

[14] Cf. Messale Romano, Canone Romano: “Supra quae”.

[15]Concilio di Trento: Denz. - Schönm., 1740.

[16] «Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: “Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare”… Essi andarono… e prepararono la Pasqua. Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel Regno di Dio”… Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi”» (Lc 22, 7-20; Mt 26, 17-29; Mc 14, 12-25; 1Cor 11, 23-26).
[17]Conc. Ecum. Vat.II, Ad gentes, 1.

[18]San Giustino, Apologiae, 1, 65.

[19] Cf. Conc. Ecum.Vat. II, Dei Verbum, 21.

[20] Cf. SC 56, 48, 51.

[21] Così H. Noldin, Summa theologiae moralis,v. II, Innsbruck 19119, 278.

[22] Particolarmente utile per la comprensione delle singole parti, tra gli altri: J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana. Edizione anastatica, Ed. Ancora, Milano 2004.

[23] OL = Ordo lectionum (Ordinamento delle letture della Messa), Roma 19691; cf. OGMR 62-63.

[24] L’edizione italiana è apparsa nel 1987.

 

 

 


 

Ufficio liturgico

Liturgia del Giorno

News diocesane

    Visite agli articoli
    926901

    Abbiamo 36 visitatori e nessun utente online

    Feed


    Go to top