Scuola dei Ministeri

IV.d. Dove celebrare?

Dove celebrare?(CCC 1179-1186) 
Lo spazio ecclesiale per la liturgia… è in forma eminente un’architettura della «memoria», poiché propone e rilancia nel tempo, anche a distanza di secoli, messaggi legati al mondo rituale e alla cultura che lo hanno espresso. Le chiese, infatti, sono realtà storiche; esse sono state costruite non tanto come monumento a Dio o all’uomo, ma come luogo dell’incontro sacramentale, segno del rapporto di Dio con una comunità, all’interno di una determinata cultura e in ben preciso momento storico. Esse… sono strumenti particolari di tradizione e di comunione ecclesiale” (CEI, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n° 12).
La domanda che nasce: ma dove si riunivano i primi cristiani per il culto? Il Libro degli Atti degli Apostoli ci dice che frequentavano il tempio di Gerusalemme, con a capo gli stessi apostoli (At 2, 46; 3, 1; 5, 12.42; 21, 26-30; 22, 17). Non si trattava però del culto cristiano in quanto tale. Per la celebrazione specificamente cristiana si riunivano regolarmente nelle case private, non nella propria, ma in case capaci di accogliere un buon numero di discepoli, com’era quella dove il giorno di Pentecoste “i fratelli radunati erano circa centoventi” (At 1, 15).  I cristiani organizzavano queste riunioni per “ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere nella comunione fraterna, spezzare il pane e pregare” (At 2, 42). Per fare questo bastava una sala appropriata (spesso si trattava della grande sala da pranzo, poiché l’oggetto principale della riunione era un pasto). E’ così a Gerusalemme per la “casa di Maria… dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera” (At 12, 12). A Troade, i cristiani si riunivano il primo giorno della settimana in una stanza al piano superiore per spezzare il pane (cf. At 20, 7-8). A Roma, san Paolo saluta Prisca e Aquila e “la comunità che si riunisce nella loro casa” (Rm 16, 3-5). A Laodicea, la comunità si raduna nella casa di Ninfa (cf. Col 4, 15); a Colossi, in quella di Filemone (cf. Fm 2). La stessa cosa avveniva a Roma, dove le chiese più antiche hanno conservato il “titolo” o il nome del loro donatore: Clemente, Cecilia, Pudenziana, prima d’essere chiamate San Clemente, Santa Cecilia, Santa Pudenziana. Si trattava delle abitazioni trasformate in “case-chiesa”.
Ora, la parola “chiesa” designa la comunità dei fedeli. Questa comunità però ha bisogno di un luogo, di un posto adeguato per radunarsi, per fare assemblea, cioè per essere se stessa. Infatti “chiesa” vuol dire “assemblea” (cf. CCC 1180). Si esprime così un concetto del luogo di culto cristiano diverso da quello dei tempi pagani e anche dal tempio giudaico. Esso non è un perimetro sacro dove si racchiude la divinità, ma è la casa del popolo di Dio, il luogo dove l’assemblea liturgica si riunisce per celebrare la salvezza.
I templi delle religioni pagane non potevano offrire un modello per il luogo di culto dei cristiani. Per i greci e i romani, il tempio era anzitutto la dimora della divinità raffigurata in una statua. Bastava anche una piccola stanza. Non c’era nessuna necessità di radunarsi: la divinità si aspettava il sacrificio riservato ai suoi sacerdoti e l’offerta individuale dei suoi fedeli, e nient’altro. 
Il tempio di Gerusalemme, invece, era il santuario unico del Dio dell’alleanza, il luogo della sua presenza invisibile tra i Cherubini che sormontavano l’arca dell’Alleanza. Era destinato a scomparire, perché nelle Nuova Alleanza il tempio di Dio è lo stesso Cristo (cf. Gv 2, 19-21). E’ in lui che i veri cristiani adorano il Padre in spirito e verità (cf. Gv. 4, 23). Incorporati in Cristo con il Battesimo, anche i cristiani sono pietre vive che formano, nello Spirito Santo, il tempio del Dio vivente (cf. 1Cor 3, 16-17; 6, 19-20; 2Cor 6, 16; Ef 2, 19-22; 1Pt 2, 5). Il luogo del culto è allora il corpo di Cristo, e più esattamente il corpo di Cristo nella sua epifania primaria: l’assemblea convocata e radunata nel suo nome per ascoltare la sua Parola, per pregare e ringraziare, per suggellare nell’Eucaristia la sua comunione al corpo di Cristo, per manifestare la sua unità nella varietà e nella carità. D’ora in poi il tempio è lì e basta questo per essere luogo di culto (cf. CCC 1181).  
Sottolineiamo però che quest’assemblea cristiana ordinariamente ha bisogno comunque di un locale per radunarsi. E fin dall’inizio essa ha cercato di sistemarsi in un luogo e, non appena l’ha potuto, ha costruito degli edifici per il suo culto. E così nelle epoche successive, grazie alla pace restituita alla Chiesa da Costantino nel 313, possiamo osservare la fioritura dei luoghi di culto cristiano: basiliche, chiese piccole o chiese cattedrali, di forma quadrata, rotonda o rettangolare, sotterranee o su alture. Sono innumerevoli le forme che i cristiani, lungo i secoli, hanno continuato ad inventare per loro luoghi di culto.  
Cercheremo ora di descrivere brevemente alcuni tipi d’edifici liturgici:

a) Tempio
Dal latino: “templum” (che deriva a sua volta dal verbo greco témnein = tagliare, separare) significa originariamente un pezzo di terra che è stato separato dal terreno rimanente per essere dedicato, come boschetto sacro o come edificio, ad una divinità. I cristiani all’inizio usarono il termine solo per Cristo e per la comunità cristiana. Negli attuali testi liturgici, questo termine viene usato anche nei confronti del mondo intero definito “tempio della santità” di Dio. 

b) Ecclesia - chiesa - casa di Dio
I primi luoghi di riunione dei cristiani (dal III sec.) si chiamarono domus ecclesiae = casa della ecclesia e cioè della comunità dei fedeli. Il nome della comunità passò quindi anche al luogo di riunione, così che si può parlare di una ecclesia in senso spirituale e materiale.
Il termine usato nelle lingue di ceppo sassone conosce un’evolu­zione inversa. Dapprima si parla di oikía kyriaké = la casa appar­tenente al Signore. La sua forma abbreviata più tardiva suonava kyriokón (latino: dominicum), e di qui vennero Kirche, church ecc. Più tardi questo termine fu applicato anche alla comunità. Esso sì è affermato soprattutto nelle lingue germaniche e slave, mentre ecclesia è piuttosto alla base delle lingue romanze.
La denominazione casa di Dio dovrebbe escludere l’idea ebraico-­pagana di una casa, che, quale abitazione di Dio, gli appartiene e gli è riservata. Ma come casa dell’assemblea cristiana e della celebrazione liturgica essa diventa luogo dell’incontro con Dio, dove egli annuncia la sua parola e nei misteri cristiani si comunica ai fedeli, ma dove anche il popolo di Dio gli offre il sacrificio della lode e del ringrazia­mento e si unisce più strettamente a lui nella fede. In questo senso la parola casa di Dio è del tutto legittima. 

c) Basilica
Il termine deriva dalla lingua greca e significata aula regale (da basiléus = re) ed indica originariamente il palazzo di un re o la sede di un suo alto ufficiale. Nella Roma precristiana esso sta anche per diverse costruzioni pubbliche. I cristiani adottarono questa parola in riferimento agli edifici liturgici costantiniani con riguardo sia allo stile (un edificio longitudinale diviso da file di colonne, con abside) che al loro re Cristo. Oggi usiamo il termine per le chiese dello stile basilicale o per chiese che hanno ricevuto questo nome come titolo d’onore dalla superiore autorità della chiesa. Il diritto canonico di­stingue al riguardo le basiliche patriarcali (= basilicae maiores) direttamente sottoposte al papa e provviste di trono e di altare papale, e basilicae minores (= basiliche più piccole) come titolo d’onore per chiese particolarmente significative in tutto il mondo.

d) Cattedrale
La parola greca cáthedra designa nell’antichità greca sia la sede del giudice, del maestro e di chi presiede sia la sedia che nell’antico banchetto funebre è lasciata libera per un determinato defunto. Questa espressione venne assunta per indicare la sede del vescovo nella liturgia cristiana. Da essa egli guida la liturgia e tiene l’omelia. Già nel sec. VI a motivo di questa cattedra le chiese episcopali sono chiamate anche cattedrali (così al Concilio di Tarragona nel 516). Quest’espressione diventa comune specialmente in Spa­gna, Francia e Inghilterra, mentre l’area linguistica tedesca e l’Italia preferiscono la parola duomo. La cattedrale di un arcivescovo si chia­ma anche chiesa metropolitana.  

e) Duomo
Questa denominazione deriva da domus episcopalis (= casa del ve­scovo), per la quale si intendeva la cappella domestica del vescovo, che serviva anche per l’ufficiatura dei canonici e per l’amministrazione dell’arcidiacono. Nell’alto Medioevo questo nome passò alla chiesa epi­scopale. Anche alcune altre chiese ricevettero questo nome onorifico, anche se non ebbero mai un vescovo. 

f) Collegiata
E’ il titolo d’alcune chiese, per lo più antiche, che magari in forza di una fondazione sono sede di un collegio di canonici formanti un Capitolo, distinto da quello della Cattedrale, con l’obbligo della cele­brazione comunitaria dell’Ufficio. Nei paesi di lingua tedesca si trova, in qualche modo corrispondente, la parola Münster, dal latino mona­sterium = monastero. Il termine indica dapprima l’insieme degli edi­fici conventuali e viene poi a designare solo la chiesa conventuale. Esso è usato però anche per talune chiese collegiate o parrocchiali con un grande numero di sacerdoti addetti alla pastorale e di cappellani. 

g) Abbazia – badia
Si tratta di un monastero retto da un abate o da un’abbadessa. Il nome venne diffuso dai benedettini.  

h) Cripta
E’ una parola latina, presa dal greco, e significava, nell’antichità, un cammino coperto o anche un ambiente con soffitto a volta o una grotta. Con questa parola il cristianesimo primitivo indicava anche corridoi e camere catacombali. Più tardi s’intesero gli ambienti, per lo più a volta, sotto l’abside, il coro o anche il quadrato (incrocio del transetto con la navata); tali ambienti sono in forma di galleria, d’anello, di camera e di sala. Soprattutto le chiese romaniche hanno comportato la costruzione di cripte realizzando anche spazi a più navate, perfino con corone di cappelle. In conseguenza i presbiteri dovettero essere posti più in alto ed erano accessibili solo attraverso nu­merosi gradini. Nelle chiese gotiche e barocche raramente ci furono cripte. Punto di partenza per la costruzione delle cripte medioevali furono in molti casi tombe di santi o depositi di reliquie, spesso immediatamente sotto l’altare maggiore. 

i) Cappella
La parola è il diminutivo del latino cappa = mantello (veste avvol­gente per l’ufficiatura corale). Essa a partire dai re franchi del primo Medioevo indica il luogo di conservazione del leggendario mantello del santo vescovo Martino di Tours alla corte reale di Parigi (Sainte Chapelle). Infine questo nome fu usato anche per gli ambienti liturgici alle corti di signori secolari o religiosi (cappella di una casa, di una corte, di una rocca, di un palazzo, di un castello). Più tardi questo nome passò a indicare i sacerdoti (cappellani) e i cori di cantori di tali cappelle. Già nel Medioevo si costruirono nelle chiese più grandi numerose cappelle laterali, che, come cappelle battesimali e delle confessioni, assolvevano anche a funzioni cultuali o servivano a certi gruppi come luoghi di riunione liturgica.
Nell’uso attuale della lingua s’indica con cappella ogni ambiente liturgico che non possiede il pieno statuto giuridico di una chiesa parrocchiale. Si parla così di cappelle di luoghi di pellegrinaggio, di seminario, d’ospedale, di cimitero, di carcere, ecc.  

j) Oratorio
Il termine deriva dal latino orare = pregare, corrisponde a sala o casa di preghiera e dall’alto Medioevo viene usato per indicare quegli am­bienti sacri che non sono chiese parrocchiali, riconosciute dal diritto, ma servono a determinate comunità e famiglie. Oratorio può quindi essere bene equiparato a cappella. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 distingue tra oratori e cappelle private (cf. can. 1223­-1229).  

1.5. Spazi celebrativi
Cercheremo d’osservare ed esaminare questo spazio che è luogo d’incontro, luogo d’insegnamento della fede, luogo d’adorazione e di preghiera, luogo di celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti, luogo memoriale e segno.

a) Aula celebrativa o liturgica
L’aula liturgica è riservata all’assemblea. Essa comprende la navata, il presbiterio, aerea battesimale e penitenziale. Inoltre, d’essa fanno parte integrante e ad essa convengono spazi e luoghi complementari. L’aula deve essere articolata in modo tale che l’altare ne costituisca il punto principale di riferimento. Bisogna però ricordare che dopo il Concilio Vaticano II il luogo-chiesa non va concepito, come nel passato, a partire dall’altare e dal sacerdote, ma a partire da coloro che si riuniscono e da quello che vengono a celebrare. Uomini e donne, ragazzi e anziani, giunti da vicino o da lontano, abituali o di passaggio, catecumeni o battezzati, fedeli o occasionali: tutti vengono a questa “chiesa” che costituisce la loro riunione specifica, perché là c’è il Signore (cf. Mt 16, 20).
E’ necessario che la disposizione generale dell’aula celebrativa sia tale da presentare “in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno” (OGMR 294).

b) Navata
Si tratta dello spazio destinato ai fedeli. Il nome proviene dal latino “navis” che significa “nave”. Ora, la nave – o la barca – è uno dei simboli della Chiesa, prefigurata dall’arca di Noè (cf. Bonifacio VIII, Bolla «Unam Sanctam», Denz.-Schonm., 870), condotta verso l’approdo eterno da Pietro Apostolo e dai suoi successori nel mare periglioso della storia umana.
Nella navata si deve curare la collocazione dei posti dei fedeli (banchi e sedie), perché “possano debitamente partecipare, con lo sguardo e con lo spirito, alle sacre celebrazioni. E’ bene mettere a loro disposizione banchi e sedie” (OGMR 311).

c) Presbiterio
La parola “presbiterio” proviene dal greco “presbyterion”, e significa il consiglio degli anziani incaricati di governare le prime comunità cristiane. Attualmente il presbiterio è il luogo dell’aula liturgica “dove si trova l’altare, viene proclamata la parola di Dio, e il sacerdote, il diacono e gli altri ministri esercitano il loro ufficio” (OGMR 295).

c.1) Altare
L’altare (latino “altaria” connesso con “adolere”, far bruciare) è una mensa piana a forma di tavola. Esso costituisce il centro (il cuore) d’ogni chiesa. Questa sua centralità non va però intesa in senso letterale e statico, ma sacramentale e dinamico, e quindi “l’altare non va collocato nel centro geometrico dell’aula, ma in uno dei suoi punti spazialmente eminenti” (CEI, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n° 15). In altre parole, esso deve essere collocato al centro della vista e dell’attenzione di tutta l’assemblea, essere un vero punto di riferimento d’ogni sguardo e d’ogni gesto. A partire da esso ed intorno ad esso dovranno essere pensati e disposti i diversi spazi significativi. E ancora: esso dovrebbe essere fisso (cf. OGMR 298), e questo come simbolo chiaro e permanente di Gesù Cristo, pietra viva (cf. 1Pt 2, 4; Ef 2, 20).
Bisogna ricordare che l’altare nell’assemblea liturgica non è semplicemente un oggetto utile alla celebrazione, ma è soprattutto il SEGNO evidente e solenne della presenza di Cristo, sacerdote e vittima. Esso è la mensa del sacrificio e del convito pasquale “al quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa” (OGMR 296).
“E’ bene che nelle nuove chiese venga eretto un solo altare; l’unico altare, presso il quale si riunisce come un solo corpo l’assemblea dei fedeli, è segno dell’unico Salvatore Gesù Cristo e dell’unica Eucaristia della Chiesa” (RDA 158). Di conseguenza, in caso in cui nelle chiese ci fossero degli altari laterali preesistenti, si deve evitare di coprire le loro mense con le tovaglie e di adornarle in modo esagerato, e questo “da lasciare nella dovuta evidenza la mensa dell’unico altare per la celebrazione” (CEI, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n° 17).

c.2) Ambone
L’ambone (greco anabainein = salire), “è il luogo proprio dal quale viene proclamata la parola di Dio” (CEI, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, n° 18). Esso deve essere una nobile, stabile ed elevata tribuna e non un semplice leggio mobile (cf. OGMR 309).
Oltre al suo evidente rapporto con l’altare – segno di Cristo, l’ambone ha particolare relazione con il fonte battesimale, luogo dell’accettazione della fede. San Paolo scriveva: “E come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?” (Rm 10, 14).
Inoltre, l’ambone è anche segno del sepolcro vuoto di Cristo, dal quale l’angelo proclama alle donne il grande annuncio della risurrezione la mattina di Pasqua.
Dall’ambone vengono proclamate unicamente le letture, il salmo responsoriale, il Vangelo, il preconio pasquale e le intenzioni. Ivi inoltre si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera dei fedeli (cf. OGMR 309). Non deve essere assolutamente usato per proporre le monizioni, gli avvisi, la direzione e guida dei canti, i vari interventi. Questo significherebbe mancare di rispetto al luogo della Parola. La dignità dell’ambone esige che ad esso salga solo il ministro della Parola (cf. OGMR 309).

c.3) Sede della presidenza e altre sedi
La sede è il luogo liturgico proprio che esprime il ministero di colui che guida l’assemblea e presiede la celebrazione nella persona di Cristo, Capo e Pastore, e nella persona della Chiesa, suo Corpo (cf. CEI, Prenotando al Rito dell’Ordinazione, nn. 1-10). Per questo motivo, anche visibilmente, essa deve mostrare il compito di colui che presiede. La sua collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio (cf. OGMR 310), costituendo così un altro centro d’attenzione per la comunità riunita. 
Ora, come in ogni cattedrale esiste la cattedra del vescovo, in ogni chiesa è situata la sede del celebrante, che da quella deriva.
* Cattedra (dal latino “cathedra”, sedia grande ed artistica) è il luogo dal quale il vescovo ammaestra e guida i fedeli della propria diocesi. Essa è il segno del magistero del vescovo.
* Sede del celebrante (dal latino “sedes”, seggio) è il luogo del presbiterio ove trova posto il sacerdote che presiede l’assemblea eucaristica.
Bisogna ricordare che la sede presidenziale non è un elemento secondario, un simbolismo arbitrario o accessorio, un arredo superfluo che si può ridurre a una sedia qualsiasi. A questo luogo l’assemblea converge l’attenzione in quei momenti in cui è previsto che la celebrazione si svolga presso la sede del presidente, perché guardare questo ministro ordinato è guardare Cristo, riconosciuto presente in mezzo ai suoi (cf. CEI, La progettazione di nuove chiese, n° 10).
* Altre sedi: nel presbiterio dovrebbero essere collocate le altre sedi per i sacerdoti concelebranti, per gli altri ministri liturgici e per i ministranti che devono essere distinte da quelle del presidente e dei concelebranti (cf. OGMR 310).

c.4) Fonte battesimale
Nella chiesa parrocchiale ci deve essere il luogo fisso del Battesimo. “Tra le parti più importanti di una chiesa ha giustamente un posto di rilievo il battistero, il luogo cioè in cui è collocato il fonte battesimale” (Rituale Romano, Benedizionale, n° 832). Si tratta di una vasca, o conca, con una pila contenente l’acqua necessaria per amministrare il battesimo. Questo spazio liturgico dovrebbe essere decoroso e significativo, riservato esclusivamente alla celebrazione del Sacramento, visibile all’assemblea e di adeguata capienza. Il fonte battesimale non è un accessorio secondario e quindi non può essere un apparato mobile o uno di quei contenitori che si vedono in alcune chiese, accanto all’altare, e che non danno alcuna dignità al simbolo, né, tanto meno, mettono in rilievo la dignità del sacramento celebrato. In essi, non appare il simbolo di quello che è un cristiano: “un risuscitato”, “un  rinato” nello Spirito per mezzo di quell’acqua che richiama Cristo e alla forza della sua parola che rende salvi, giustificati e rigenerati (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, nn. 25-29).

c.5) Luogo e sede per la celebrazione del sacramento della Penitenza
“Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a Lui e insieme si riconciliano con la Chiesa alla quale hanno inferto una ferita con il peccato” (LG 11).
La celebrazione del sacramento della Penitenza richiede un luogo specifico (penitenzieria) o una sede (confessionale) che mette in evidenza il valore del Sacramento per la sua dimensione comunitaria e per la connessione con l’aula per la celebrazione dell’Eucaristia.
Essa deve favorire la dinamica dialogica tra penitente e ministro, con il necessario riserbo richiesto dalla celebrazione in forma individuale. Realizzando questa sede si deve scegliere le soluzioni dignitose, sobrie ed accoglienti. E’ importante anche la visibilità di questa sede. Essa diventa un richiamo costante alla misericordia del Signore, che, nel segno sacramentale, riconcilia a sé il discepolo che si converte, comunicandogli la sua pace e riaggregandolo al popolo di Dio (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, nn. 30-33).  

c.6) Custodia del SS.mo Sacramento
Il tabernacolo deve essere unico, inamovibile, solido e inviolabile, non trasparente e chiuso in modo da evitare il più possibile il pericolo di profanazione. Il SS.mo Sacramento va custodito o in presbiterio o in una cappella apposita. Comunque “il Ss.mo Sacramento sia conservato nel tabernacolo collocato in una parte della chiesa assai dignitosa, insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghiera”(cf. Eucharisticum mysterium, n° 54).
L’altare della celebrazione non può ospitare la custodia eucaristica (cf. OGMR 315). Accanto al tabernacolo deve essere collocata una lampada particolare, alimentata da olio o cera, con cui s’indica e s’onora la presenza reale di Cristo (cf. CIC 940; OGMR 316).

c.7) Posto del coro e dell’organo
Il coro o la schola cantorum deve essere collocata in modo da mettere chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè fa parte dell’assemblea dei fedeli e che svolge un suo particolare ministero (cf. OGMR 312-313). In ogni caso la posizione del coro deve essere tale da consentire ai suoi membri di partecipare alle azioni liturgiche e di guidare il canto dell’assemblea. Per un migliore rispetto dei ruoli celebrativi, è bene che il coro non si collochi alle spalle del celebrante presidente o sui gradini dell’altare antico. Le vecchie e storiche cantorie non risultano più idonee al servizio del coro (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 21). Invece l’organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi dovrebbero essere collocati in un luogo adatto, in modo da poter essere d’appoggio sia al coro o alla schola cantorum sia al popolo che canta.

1.6. Altri elementi e il loro significato presenti in una chiesa

a) Porta
La porta (latino “porta” affine a “portus” nel significato d’accesso, ingresso) è l’apertura nella parete per entrare in un edificio.
Ogni chiesa ha la porta principale. Per il fedele il significato della porta è molto grande: è il luogo del “transito”, segno del “passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia” (Incarnationis mysterium, n° 8), dall’esterno all’interno, da mondo esteriore a quello interiore, dal profano al sacro: si supera la soglia per cercare Dio e comunicare con lui.
Nel Vangelo Gesù afferma: “In verità in verità vi dico: io sono la porta delle pecore: se uno entra attraverso di me, sarà salvo” (Gv 10, 7-9) per indicare che nessun cristiano può avere accesso al padre se non per mezzo di lui.

b) Acquasantiera
L’acquasantiera è una piccola vasca poggiata su una colonna o sporgente dal muro destinata a contenere l’acqua benedetta.
L’uso di tale acqua per le purificazioni simboliche all’interno della chiesa appare già nel V sec. Si ha memoria d’acquasantiere mobili nelle catacombe del sec. III.
L’acqua benedetta con cui il fedele compie il segno della croce, rammenta la purificazione avvenuta con l’acqua battesimale che lo ha unito a Dio ed alla sua famiglia, la Chiesa.

c) Immagini sacre
“Negli edifici sacri si espongano alla venerazione dei fedeli le immagini del Signore, della beata Vergine Maria e dei Santi” (OGMR 318). Infatti, le nostre chiese, nella loro quasi totalità, sono dotate di un vasto patrimonio iconografico (dipinti su tavola e su tela, affreschi, mosaici, sculture, vetrate, ecc.) e decorativo (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 36).
Sappiamo però che nell’Antico Testamento si trova il divieto assoluto di qualsiasi rappresentazione di Dio assolutamente trascendente fatta dalla mano dell’uomo (cf. Es 20, 4; Dt 4, 15-16). Tuttavia, proprio fin dall’Antico Testamento, “Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente condussero alla salvezza operata dal Verbo incarnato: così il serpente di rame (cf. Nm 21, 8-9; Sap 16, 5-14; Gv 3, 14-15), l’arca dell’alleanza e i cherubini (cf. Es 25, 10-22; 1Re 6, 23-28; 7, 23-26)” (CCC 2130).
A partire dall’Incarnazione del Figlio di Dio, il culto cristiano delle sacre immagini è giustificato, “poiché si fonda sul Mistero del Figlio di Dio fatto uomo, nel quale il Dio trascendente si rende visibile” (CCC.Compendio, n° 446). In altre parole, il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, come dice S. Basilio di Cesarea “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” (PG 32, 149C), e chi “venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” (SC 126; LG 67).
La questione delle immagini sacre fu molto discussa lungo i secoli. Si è arrivato anche ad una vera “guerra” contro le immagini. Infine, il II Concilio di Nicea del 787, chiarì e giustificò il culto delle icone di Cristo, della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i Santi. “L’onore tributato alle sacre immagini è una «venerazione rispettosa», non un’adorazione che conviene solo a Dio” (CCC 2132).
Scrive S. Tommaso d’Aquino: “Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che volge all’immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta” (Summa teologie, II-II, 81, 3, ad 3).
Comunque, nelle nostre chiese, bisogna prestare attenzione che il numero delle immagini sacre non sia troppo eccessivo e che la loro disposizione non distolga l’attenzione dei fedeli dalla celebrazione liturgica (cf. SC 125). “Di un medesimo Santo poi non si abbia abitualmente che una sola immagine” (OGMR 318).

d) Reliquie e reliquiari
* Reliquie: corpo intero, o parte o frammento del corpo di un Santo o di un Beato, il cui culto è autorizzato dalla Chiesa. Reliquie impropriamente dette sono anche gli oggetti che furono in uso ai Santi o Beati, come le vesti, per es., oppure che servirono al loro martirio (strumenti di supplizio). Tra le reliquie più preziose bisogna contare il legno della Croce del Signore.
* Reliquiari: scatole, cofani, teche, ecc. destinati a conservare o ad esporre delle reliquie. Fin dai tempi antichi quando si cominciò a trasportare i corpi dei Santi fuori della propria primitiva sepoltura, questi furono chiusi in cofani (casse) spesso di grandi dimensioni. Le reliquie più piccole furono conservate in vasi più piccoli. Lungo i secoli, i reliquari prendevano svariate forme e per la loro realizzazione si usavano diverse materie (legno, avorio, argento, oro, vari metalli, vetri, ecc.). Oltre questi reliquiari, conservati nelle chiese o cappelle, esistevano reliquiari privati, che molto spesso prendevano forma di medaglione, croce, anello, ecc.
Fin dall’antichità le reliquie venivano depositate sotto gli altari, o direttamente o nei martyria o confessiones, che formavano il piano inferiore, a forma di piccola stanza, dell’altare, che poi diede origine alle cripte. Successivamente, con il Medioevo, le reliquie trovarono posto sugli altari, tanto più che la sontuosità e l’arte dei reliquiari diventavano un elemento decorativo degli altari stesi.
Dopo la riforma del Concilio Vaticano II, il posto normale delle reliquie è nel corpo stesso dell’altare. Oltre a queste reliquie sigillate nella pietra, se ne possono collocare altre nel vano sotto l’altare. Infatti il nuovo Rito per la dedicazione della chiesa e dell’altare (1977) prevede la possibilità di deporre le reliquie sotto l’altare (cf. Ap 6, 9). Così pure il Codice di Diritto Canonico del 1983: “Secondo le norme prescritte nei libri liturgici, si mantenga l’antica tradizione di riporre sotto l’altare fisso le reliquie dei Martiri o altri Santi” (can. 1237 § 2).
Le altre reliquie e i reliquiari “in dotazione alla chiesa o consegnate dai fedeli vengano conservate con la massima cura nelle sacrestie in appositi e sicuri armadi o nel deposito ben ordinato adiacente alla sacrestia” (CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 43).

e) Arredi e suppellettili
Bisogna ricordare che non si tratta di un generico abbellimento estrinseco né d’oggetti di carattere puramente utilitaristico, ma di suppellettili pienamente funzionali che vanno attentamente progettati. Essi dovrebbero essere caratterizzati da dignità, semplicità, nobile bellezza, verità delle cose e debita pulizia (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 24). “Nella scelta degli elementi per l’arredamento si curi la verità delle cose e si tenda all’educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo sacro” (OGMR 292). Bisogna però anche sottolineare che il gusto attuale alla semplicità non deve assolutamente far disperdere il patrimonio storico delle chiese, né confinarlo necessariamente nel deposito parrocchiale (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 42).

f) Cappella feriale

E’ opportuno, dove è possibile, prevedere uno spazio per le celebrazioni feriali soprattutto durante il periodo invernale, distinto dall’aula liturgica principale e dotato di tutti gli elementi necessari e degni alla celebrazione. Tale spazio può essere anche utilizzato come cappella per la conservazione della custodia eucaristica. Bisogna aver cura però, che tali luoghi non siano situati in zone di passaggio o, peggio ancora, nei luoghi destinati ad essere deposito della chiesa. La sacrestia, normalmente, non è luogo adatto per la realizzazione di tali cappelle (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 23).

g) Sacrestia
E’ soprattutto il luogo dove il celebrante e gli altri ministri si preparano alla celebrazione. Si tratta di un locale annesso ad una chiesa che deve essere un ambiente decoroso, sufficientemente ampio, arredato non solo per accogliere chi celebra e i suoi ministri, ma anche per la conservazione e la custodia di tutti i libri liturgici, delle vesti, dei vasi sacri ed altri oggetti necessari per il culto, dei reliquiari e delle reliquie e dell’arredo liturgico e dotato d’altri supporti necessari (cf. CEI, L’adeguamento della chiese secondo la riforma liturgica, n° 34). Accanto alla sacrestia è bene che ci sia un deposito ben ordinato e sicuro per gli arredi ingombranti o non più in uso (candelieri, croci processionali, suppellettili vari appartenenti alle confraternite, ecc.).

h) Campanile, campana, campanello
* Campanile: L’antichità cristiana non conosceva torri accanto alle chiese. Gli inizi della costruzione di campanili in Occidente risalgono al regno di Carlo Magno. All’origine si suppone una doppia componente: il monumento sepolcrale dell’antichità, che ispira la torre sulla campata d’incrocio o su quella del presbiterio del primo Medioevo, e la funzione come opera di difesa, che esercita un influsso specialmente sulla facciata occidentale di certe architetture di duomo e di chiesa conventuale.
Lentamente anche chiese meno importanti ricevono una propria torre e qui sopravviene il concetto simbolico della cittadella di Dio e più tardi anche la funzione di torre campanaria. Nelle chiese con matronei le scale delle torri rendono possibile l’accesso al piano superiore; talune torri romaniche del Medioevo con le loro ampie scale a chiocciola con gradini bassi servono anche al trasporto di materiale da costruzione e d’acqua per spegnere incendi. Gli ordini mendicanti o riformati (ad es. Cistercensi) rinunciarono alla costruzione di torri come ad un dispendio superfluo.
In Italia si sviluppa ben presto la torre campanaria separata dalla chiesa (campanile). La maggior parte dei campanili porta alla sommità una croce, un gallo o le stelle. 
-la croce: interpreta la Chiesa soggetta o redenta dalla croce;
-l gallo: non costituisce un segno di distinzione tra le confessioni cattolica e protestante. Il gallo sul campanile (documentato già per il sec. IX) è simbolo di colui che chiama alla penitenza e alla vigilanza e quindi anche simbolo di Cristo. Il gallo ci dice anche la presenza dei predicatori come coloro che vogliono svegliare i dormienti affinché abbandonino le opere delle tenebre; il gallo infatti divide con il suo canto la notte dal giorno; 
-le stelle: simboleggiano la parola di Dio che rifulge nel tempio come la luce delle stelle.

*
Campana: nelle antiche civiltà era conosciuto l’uso di usare strumenti metallici allo scopo di fare segnali. La campane erano conosciute nella Cina antica e i Romani usavano i tintinnabula per indire l’apertura dei mercati e delle terme.
Nell’Antico Testamento, per convocare la comunità si ricorreva al suono della tromba (cf. Nm 10, 1-8).
I primi cristiani a Roma usavano con tutta la probabilità i tintinnabula, stando agli esemplari che sono stati scoperti nelle catacombe.
La campana vera, considerata uno strumento a percussione generalmente in bronzo, è certo che viene introdotta nel V sec. nei monasteri della Campagna. Nelle chiese di Roma compaiono le campane nel VIII sec. sotto il pontificato di Zaccaria e di Stefano II. A mano a mano le proporzioni delle campane diventano sempre maggiori. 
Le campane manifestano lo stato d’animo del popolo cristiano nelle diverse circostanze: il suono solenne e gioioso richiama i fedeli alle celebrazioni, semplici e tristi rintocchi annunciano le e sequele consolando e invitando alla speranza nella vita futura, ecc. 

* Campanello: i campanelli sono stati trovati anche nelle tombe preistoriche. Essi erano certamente conosciuti da quasi tutti i popoli dell’antichità (Egiziani, Fenici, Greci, Slavi, Cinesi, Romani). Il Sommo Sacerdote ebraico ne portava, alternati con melograni colorati, settantadue in oro sull’orlo del suo paramento liturgico (cf. Es 28, 33-35) anticipando così, in qualche modo, l’uso del campanello nella liturgia. I campanelli sono stati trovati anche nelle catacombe cristiane, ma nulla fa capire che servissero per il culto liturgico, benché non sembri improbabile. 
- ampanella della sacrestia: ordinariamente una campanella di discrete dimensioni e dal sono squillante è sospesa alla porta della sacrestia, in vicinanza dell’ingresso, e viene suonata ogni volta che sta per iniziare la celebrazione liturgica. 
- ampanello dell’altare: nei pressi dell’altare dove si celebra l’Eucaristia, in tante chiese si trova ancora un campanello a mano, che viene suonato durante la consacrazione e dopo “Agnello di Dio”.    
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