Scuola dei Ministeri

Matrimonio

Il Sacramento del Matrimonio (CCC 1601-1666)

“Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento” (CIC 1055§1).

1. Matrimonio nel disegno di Dio (CCC 1602-1620)

La Sacra Scrittura s’apre con la creazione dell’uomo e della donna ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26-27) e si chiude con la visione delle “nozze dell’Agnello” (Ap 19, 7; 19, 9). Da un capo all’altro la Scrittura parla del Matrimonio e del suo “mistero”, della sua istituzione e del senso che Dio gli ha dato, della sua origine e del suo fine, delle sue diverse realizzazioni lungo tutta la storia della salvezza, delle sue difficoltà derivate dal peccato e del suo rinnovamento “nel Signore” (1Cor 7, 39), nella Nuova Alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 31-32).

 

1.a) Matrimonio nell’ordine della creazione

La GS dice: “L’intima comunione di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale… Dio stesso è l’autore del matrimonio” (n. 48).

Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di quest’istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza (GS 47), esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale.

Dio, che ha creato l’uomo per amore, lo ha anche chiamato all’amore, vocazione fondamentale e innata di ogni essere umano. Infatti l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 27) che è Amore (cf. 1Gv 4, 8.16). Avendolo Dio creato uomo e donna, il loro reciproco amore diventa un’immagine dell’amore assoluto e indefettibile con cui Dio ama l’uomo. E’ cosa buona, molto buona, agli occhi del Creatore (cf. Gen 1, 31). E quest’amore che Dio benedice è destinato ad essere fecondo e a realizzarsi nell’opera comune della custodia della creazione: “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela»” (Gen 1, 28).

Che l’uomo e la donna siano creati l’uno per l’altro, lo afferma la Sacra Scrittura: “Non è bene che l’uomo sia solo”. La donna, “carne della sua carne”, sua eguale, del tutto prossima a lui, gli è donata da Dio come un “aiuto”, rappresentando così Dio dal quale viene il nostro aiuto (cf. Sal 121, 2). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2, 24). Che ciò significhi un’unità indefettibile delle loro due esistenze, il Signore stesso lo mostra ricordando quale sia stato, “all’origine”, il disegno del Creatore: “Così che non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19, 6 ).

1.b) Matrimonio sotto il regime del peccato

Ogni uomo fa l’esperienza del male, attorno a sé e in se stesso. Questa esperienza si fa sentire anche nelle relazioni fra l’uomo e la donna. Da sempre la loro unione è stata minacciata dalla discordia, dallo spirito di dominio, dall’infedeltà, dalla gelosia e da conflitti che possono arrivare fino all’odio e alla rottura. Questo disordine può manifestarsi in modo più o meno acuto, e può essere più o meno superato, secondo le culture, le epoche, gli individui, ma sembra proprio avere un carattere universale.

Secondo la fede, questo disordine che noi constatiamo con dolore, non deriva dalla natura dell’uomo e della donna, né dalla natura delle loro relazioni, ma dal peccato. Rottura con Dio, il primo peccato ha come prima conseguenza la rottura della comunione originale dell’uomo e della donna. Le loro relazioni sono distorte da accuse reciproche (cf. Gen 3, 12); la loro mutua attrattiva, dono proprio del Creatore (cf. Gen 2, 22), si cambia in rapporti di dominio e di bramosia (cf. Gen 3, 16b); la splendida vocazione dell’uomo e della donna ad essere fecondi, a moltiplicarsi e a soggiogare la terra (cf. Gen 1, 28) è gravata dai dolori del parto e dalle fatiche del lavoro (cf. Gen 3, 16-19).

Tuttavia, anche se gravemente sconvolto, l’ordine della creazione permane. Per guarire le ferite del peccato, l’uomo e la donna hanno bisogno dell’aiuto della grazia che Dio, nella sua infinita misericordia, non ha loro mai rifiutato (cf. Gen 3, 21). Senza quest’aiuto l’uomo e la donna non possono giungere a realizzare l’unione delle loro vite, in vista della quale Dio li ha creati “all’inizio”.

1.c) Matrimonio sotto la pedagogia della Legge

Nella sua misericordia, Dio non ha abbandonato l’uomo peccatore. Le sofferenze che derivano dal peccato, “i dolori del parto” (Gen 3, 16), il lavoro “con il sudore del volto” (Gen 3, 19), costituiscono anche dei rimedi che attenuano i danni del peccato. Dopo la caduta, il matrimonio aiuta a vincere il ripiegamento su di sé, l’egoismo, la ricerca del proprio piacere, e ad aprirsi all’altro, all’aiuto vicendevole, al dono di sé.

La coscienza morale riguardante l’unità e l’indissolubilità del matrimonio si è sviluppata sotto la pedagogia della Legge antica. La poligamia dei patriarchi e dei re non è ancora esplicitamente rifiutata. Tuttavia, la Legge data a Mosè mira a proteggere la donna contro l’arbitrarietà del dominio da parte dell’uomo, sebbene anch’essa porti, secondo la Parola del Signore, le tracce della “durezza del cuore” dell’uomo, a motivo della quale Mosè ha permesso il ripudio della donna (cf. Mt 19, 8; Dt 24, 1).

Vedendo l’Alleanza di Dio con Israele sotto l’immagine di un amore coniugale esclusivo e fedele (cf. Os 1-3; Is 54; 62; Ger 2-3; 31; Ez 16; 23), i profeti hanno preparato la coscienza del Popolo eletto ad un’intelligenza approfondita dell’unicità e dell’indissolubilità del matrimonio (cf. Ml 2, 13-17). I libri di Rut e di Tobia offrono testimonianze commoventi di un alto senso del matrimonio, della fedeltà e della tenerezza degli sposi. La Tradizione ha sempre visto nel Cantico dei Cantici un’espressione unica dell’amore umano, in quanto è riflesso dell’amore di Dio, amore “forte come la morte” che “le grandi acque non possono spegnere” (Ct 8, 6-7).

1.d) Matrimonio nel Signore

L’alleanza nuziale tra Dio e il suo popolo Israele aveva preparato l’Alleanza Nuova ed eterna nella quale il Figlio di Dio, incarnandosi e offrendo la propria vita, in certo modo si è unito tutta l’umanità da lui salvata (cf. GS 22), preparando così “le nozze dell'Agnello” (Ap 19, 7; 19, 9).

Alle soglie della sua vita pubblica, Gesù compie il suo primo segno - su richiesta di sua Madre - durante una festa nuziale (cf. Gv 2, 1-11). La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo.

Nella sua predicazione Gesù ha insegnato senza equivoci il senso originale dell’unione dell’uomo e della donna, quale il Creatore l’ha voluta all’origine: il permesso, dato da Mosè, di ripudiare la propria moglie, era una concessione motivata dalla durezza del cuore (cf. Mt 19, 8);  l’unione matrimoniale dell’uomo e della donna è indissolubile: Dio stesso l’ha conclusa. “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19, 6).

Questa inequivocabile insistenza sull’indissolubilità del vincolo matrimoniale ha potuto lasciare perplessi e apparire come un’esigenza irrealizzabile (cf. Mt 19, 10). Tuttavia Gesù non ha caricato gli sposi di un fardello impossibile da portare e troppo gravoso (cf. Mt 11, 29-30), più pesante della Legge di Mosè. Venendo a ristabilire l’ordine iniziale della creazione sconvolto dal peccato, egli stesso dona la forza e la grazia per vivere il matrimonio nella nuova dimensione del Regno di Dio. Seguendo Cristo, rinnegando se stessi, prendendo su di sé la propria croce (cf. Mc 8, 34) gli sposi potranno “capire” (cf. Mt 19, 11) il senso originale del matrimonio e viverlo con l’aiuto di Cristo. Questa grazia del Matrimonio cristiano è un frutto della croce di Cristo, sorgente d’ogni vita cristiana.

E’ ciò che l’Apostolo Paolo lascia intendere quando dice: “Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa” (Ef 5, 25-26), e aggiunge subito: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5, 31-32).

Tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel Popolo di Dio, è un mistero nuziale: è, per così dire, il lavacro di nozze (cf. Ef 5, 26-27) che precede il banchetto di nozze, l’Eucaristia. Il Matrimonio cristiano diventa, a sua volta, segno efficace, sacramento dell’alleanza di Cristo e della Chiesa.

Poiché ne significa e ne comunica la grazia, il matrimonio fra battezzati è un vero sacramento della Nuova Alleanza.

1.e) Verginità per il Regno

Cristo è il centro d’ogni vita cristiana. Il legame con lui occupa il primo posto rispetto a tutti gli altri legami, familiari o sociali (cf. Lc 14, 26; Mc 10, 28-31). Fin dall’inizio della Chiesa, ci sono stati uomini e donne che hanno rinunciato al grande bene del matrimonio per seguire “l’Agnello dovunque va”(Ap 14, 4), per preoccuparsi delle cose del Signore e cercare di piacergli (cf. 1Cor 7, 32), per andare incontro allo Sposo che viene (cf. Mt 25, 6). Cristo stesso ha invitato certuni a seguirlo in questo genere di vita, di cui egli rimane il modello (cf. Mt 19, 12).

La verginità per il Regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa (cf. Mc 12, 25; 1Cor 7, 31).

Entrambi, il sacramento del Matrimonio e la verginità per il Regno di Dio, provengono dal Signore stesso. E’ lui che dà loro senso e concede la grazia indispensabile per viverli conformemente alla sua volontà (cf. Mt 19, 3-12). La stima della verginità per il Regno e il senso cristiano del Matrimonio sono inseparabili e si favoriscono reciprocamente (cf. LG 42).


2. Liturgia del matrimonio (1621-1624)

Il titolo di questo paragrafo indica già che qui non possono essere trattate diffusamente le questioni antropologiche, sociologiche, dogma­tiche, morali e giuridiche attinenti il matrimonio, anche se l’uno o l’altro aspetto di questo genere sarà accennato nella nostra esposi­zione. Fulcro del discorso è la celebrazione liturgica del matrimonio - detta anche nozze - basata sulla sacramentalità del matrimonio cristiano.

Nel rito latino, la celebrazione del Matrimonio tra due fedeli cattolici ha luogo normalmente durante la Santa Messa, a motivo del legame di tutti i sacramenti con il Mistero pasquale di Cristo (cf. SC  61).

Secondo la tradizione latina sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso.

Le diverse liturgie sono ricche di preghiere di benedizione e d’epiclesi che chiedono a Dio la sua grazia e la benedizione sulla nuova coppia.

3. Matrimonio cristiano come istituzione connessa alla creazione e come sacramento

Come è stato già sottolineato, il matrimonio è soprattutto una parte della realtà della creazione e come tale viene riconosciuta e stimata dalla sacra Scrittura dei due Testamenti. Nella comunione liberamente decisa di due persone e nel loro reciproco amore e fedeltà si realizza la volontà del Creatore, come essa appare nel secondo racconto della creazione in Gen 2, 24. In questo essere l’uno per e con l’altro già l’autore della Lettera agli Efesini vede un termine di paragone e un segno dell’essere di Cristo per e con la sua Chiesa. Cristo, il quale «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola» (5, 25-26), e la Chiesa come suo corpo, che si volge a lui con riverenza, dispo­nibilità e amore, sono nella loro comunione e unità la grande realtà salvifica della nuova Alleanza. Ogni battezzato è in essa e vive di essa. Ciò vale - in misura ancora più grande - anche per la comunione di due sposi cristiani, i quali nell’unità e nella comu­nione d’amore di Cristo e della Chiesa hanno non solo un modello del loro reciproco rapporto (amore, fedeltà, servizio, sacrificio, per­dono), ma anche vivono di questa grazia salvifica. Nella misura in cui essi nel loro patto nuziale rendono visibile il patto salvifico di Cristo con la Chiesa e l’amore che lo penetra, si realizza in quest’elemento della creazione il patto salvifico di Cristo con la Chiesa. Il matrimonio cristiano diventa così una piccola chiesa particolare o una «chiesa domestica», come lo chiama una volta il Vaticano II (LG 1). Così esso rimane da una parte una realtà terrena, e nello stesso tempo è la concretizzazione evidente e sperimentabile della realtà salvifica decisiva della nuova Alleanza. Il modello «si manifesta nella sua copia. Il matrimonio è in qualche modo epifania dell’alleanza tra Cristo e la Chiesa. La comunione di Cristo con la Chiesa influenza la comunione tra uomo e donna. Questa comunione è ripiena della vita che è scambiata tra Cristo e la Chiesa, della grazia e della verità che Cristo ha donato alla sua sposa, la Chiesa, della forza d’amore che unisce Cristo e la Chiesa».

Possiamo dire che il matrimonio diventa sacramento non perché attraverso un rito esterno viene assegnata a questo patto la grazia di Dio, e così esso viene elevato dall’esterno. «La sacramen­talità del matrimonio è più di una benedizione che la Chiesa imparte ai suoi figli a una svolta decisiva del loro cammino, più di una cele­brazione che accompagna il matrimonio e lo fa risaltare sullo sfondo del quotidiano. Essa è quella per cui il patto nuziale è riempito della signoria di Cristo».

Col costituirsi del matrimonio cristiano come «immagine e parte­cipazione al patto d’amore di Cristo e della Chiesa» (GS 48) viene nello stesso tempo impartito un comando e affidata una missione. Il ma­trimonio cristiano - come il popolo di Dio nel suo insieme - deve diventare, in un senso specifico, segno e quindi annuncio vissuto dell’amore di Cristo per gli uomini. Nell’amore reciproco degli sposi, nel servizio e nel sacrificio l’uno per l’altra, nella loro sopportazione e nel loro perdono, nella loro fedeltà fino alla morte deve rendersi manifesto ciò che Cristo anche al presente è e opera per l’umanità e specialmente per la sua Chiesa. Così ogni matrimonio cristiano può e deve diventare segno e testimonianza di Cristo.

Poiché il matrimonio come realtà della creazione è costituito in prima linea dalla volontà degli sposi, e tale matrimonio s’identifica con ciò che chiamiamo sacramento, la volontà degli sposi è anche l’elemento costitutivo del sacramento del matrimonio, il che vuol dire che non è la Chiesa o il sacerdote celebrante a porlo, ma gli sposi stessi, in qualsiasi momento essi pronunciano il loro sì in una forma riconosciuta dalla Chiesa. Secondo l’attuale diritto canonico, questa for­ma obbligatoria, detta anche forma- canonica - consiste, a partire dal Concilio di Trento (1545-1563), nel fatto che tutti i matrimoni, nei quali almeno una parte è cattolica, devono essere conclusi davanti al competente ministro cattolico e a due testimoni. Con questa prescrizione obbligatoria deve essere portato più fortemente a conoscenza degli sposi che il loro sì è anche una decisione davanti a Dio e al popolo di Dio, e che il loro patto di amore e di vita deve essere segnato dalla fede della Chiesa e insieme deve testimoniarla.

Questo obbligo di forma non vincola in pericolo di vita, quando non si può raggiungere il ministro competente, e anche fuori del pericolo di vita, se non si può avere il ministro autorizzato per un lungo tempo (un mese).

Inoltre il papa Paolo VI nel Motu proprio «Matrimonia mixta», del 31 marzo 1970, ha stabilito che il vescovo competente, in matrimoni tra sposi di confessioni diverse, può dispensare dall’obbligo della forma «se al mantenimento della forma canonica si oppongono notevoli difficoltà».

Pur riconoscendo il consenso come l’elemento costitutivo, anche la celebrazione liturgica del matrimonio ha un non piccolo significato. I riti nuziali illustrano l’essenza del matrimonio cristiano; essi pongono i due sposi e il loro patto sotto l’impegnativa e orientativa parola di Dio, e rafforzano la loro fede. Gli sposi stessi testimoniano pubblicamente davanti alla Chiesa, di cui sono membri, la loro fede, nella quale solamente l’istanza del matrimonio cristiano può essere riconosciuta e realizzata. La Chiesa stessa nei suoi rappresentanti uffi­ciali (sacerdote, diacono) riceve il consenso nuziale e ne prende atto, lo accompagna con la sua preghiera e dà ad esso la sua benedizione. Con la parola e con il simbolo essa approfondisce la consapevolezza e la disponibilità degli sposi a dare testimonianza con il loro amore e la loro fedeltà al grande patto salvifico di Cristo con la sua Chiesa. Così la celebrazione liturgica del matrimonio non solo vuole essere un’azione marginale che eleva e rallegra l’animo, ma possiede un alto valore funzionale. Non può quindi essere indifferente in quale forma il rito nuziale si compie.

4. Linee di sviluppo del rito occidentale del matrimonio

La conformazione liturgica del matrimonio cristiano solo lenta­mente e relativamente tardi si è sviluppata in quella ricchezza di forma quale conosciamo noi oggi. Essa «è stata influenzata fin dalle origini dagli usi familiari che nei vari paesi accompagnavano la celebrazione delle nozze. Sia in Oriente che in Occidente, la liturgia nuziale, la cui elaborazione s’inizia nel sec. IV, è rimasta tributaria di un insieme di tradizioni sociali e di un simbolismo precristiano, che, fino alla pace costantiniana, sono stati i soli a fornire lo schema della celebrazione del sacramento». Si era concordi nell’antichità cri­stiana nell’idea fondamentale che i cristiani contraggono il loro ma­trimonio col consenso e con la benedizione della Chiesa, mentre si considerava la volontà delle due parti come l’elemento fondante del matrimonio. Degli usi nuziali tradizionali s’eliminarono solo quelli propriamente pagani come sacrifici agli dèi familiari e consultazioni di oracoli, e ci si guardò da certi eccessi nella celebrazione della festa. Già presto (con documentazione per il 400 ca) il matrimonio fu unito con la Messa, e in esso la “velazione” della sposa in Occidente e la “coronazione” degli sposi in Oriente erano, con una corrispondente benedizione, le cerimonie rilevanti. La benedizione della sposa si era mantenuta nel Messale romano, come inserzione dopo il Padre nostro, fino alla riforma del 1970. Mentre l’antichità romana conosceva una sua celebrazione del fidanzamento con promessa e consegna dell’anello e dei regali alla fidanzata, nell’ambito della Chiesa questi usi si fusero con il rito del matrimonio. Per questo motivo non si conosceva nella liturgia romana alcun rito di fidanzamento. Fino a Medioevo inoltrato l’espressione dei consensi si compì nella casa della sposa davanti ai familiari più stretti. «Fu al tempo dello sfacelo dell’impero carolingio, nei secoli IX e X, che la Chiesa fu indotta a occuparsi delle formalità giuridiche del matrimonio, senza però fare di questi riti familiari degli atti liturgici. Più ancora che lo Stato, la famiglia era vittima di un’epoca di decomposizione, d’anarchia sociale e di guerre fratricide, in cui i ratti delle donne non si contavano più. La Chiesa reagì da principio esigendo il carattere pubblico del matrimonio per assicurare la libertà di consenso della sposa. Lo scambio dei consensi ebbe per la prima volta la consacrazione liturgica in Normandia. Per conferirgli il massimo di pubblicità, si convenne che l’atto avrebbe luogo non più nella casa della fidanzata, ma alla porta della chiesa, davanti alla casa di Dio. L’espressione in facie ecclesiae aveva dapprima un senso puramente materiale».

Secondo un Messale dell’inizio del sec. XII, della città di Rennes nella Francia settentrionale, un tale rito del matrimonio aveva la forma seguente: il sacerdote rivestito del camice e della stola si recava davanti alla porta della chiesa, aspergeva gli sposi con acqua benedetta, li interrogava sulla loro volontà e sull’assenza di un even­tuale impedimento di consanguineità, e li istruiva sulla loro vita se­condo l’insegnamento del Signore. Quindi invitava i genitori della sposa a consegnare la loro figlia allo sposo. Questi doveva quindi consegnare alla sposa la dote, con lettura del relativo documento, porre alla sua mano destra un anello benedetto e donarle secondo la possi­bilità oro e argento. Dopo la benedizione del sacerdote si entrava nella chiesa; gli sposi portavano dei ceri accesi, che poi nella Messa presentavano come offerte. Dopo il Padre nostro e l’embolismo il sacerdote copriva la sposa con il velo, recitava su di lei la benedizione e dava allo sposo il bacio di pace che questi a sua volta dava alla sposa.

In ugual modo si formò anche in altri paesi e regioni una colorita varietà di riti nuziali, che spesso variavano da diocesi a diocesi. Il Concilio di Trento non solo approvò questa multiforme ricchezza, ma ne raccomandò il mantenimento. Di fronte a ciò il rito del ma­trimonio del Rituale romanum del 1614 appare estremamente povero. Esso consiste nella domanda del consenso, nel porgersi la mano da parte degli sposi con la frase teologicamente equivoca del sacerdote «Io vi unisco in matrimonio», nella benedizione dell’anello, che lo sposo pone alla mano della sposa, e in una preghiera conclusiva.

Dei riti locali si erano mantenuti ad es. in Germania dove si tentò con successo di semplificarli e di unificarli in un rito nuziale comune, che apparve nel 1950 nel rituale delle diocesi tedesche Collectio rituum. Si trattava di «una “nuova costruzione”, però a partire da materiale tradizionale che era stato esaminato, selezionato, ripulito, ridotto e combinato in un nuovo insieme»; si era tenuto in parti­colare a mettere in rilievo gli elementi fondanti del consenso e della libera partecipazione dell’uomo e della donna. Questo rito nuziale ha influito efficacemente sul rito romano postconciliare.
Il Vaticano II ordinò la rielaborazione del rito nuziale del Rituale romano allo scopo di esprimere più chiaramente la grazia del sacra­mento, e di rilevare più efficacemente i compiti degli sposi. Esso rinnovò l’auspicio del Concilio di Trento e dell’antico Rituale romanum di mantenere assolutamente abitudini e usi lodevoli di singole regioni. Inoltre alle Conferenze episcopali è lasciata facoltà di «preparare... un rito proprio che risponda agli usi dei luoghi e dei popoli» (SC 77). «Il matrimonio in via ordinaria si celebri nella Messa... La benedi­zione della sposa, [sia] opportunamente ritoccata così da inculcare ad entrambi gli sposi lo stesso dovere della fedeltà vicendevole...». I matrimoni fuori della Messa devono essere inseriti in una liturgia della Parola (cf. SC 78).
Il rito rinnovato apparve come parte del Rituale romanum il 19 marzo 1969 con il titolo Ordo celebrandi matrimonium. La versione italiana, approvata secondo le delibere dell’Episcopato e confermata dalla Congregazione per il Culto Divino, fu pubblicata il 30 marzo 1975 con il titolo Sacramento del Matrimonio. Una seconda edizione italiana, più attenta al discorso dell’adattamento, è stata pubblicata il 4 ottobre 2004 ed è diventata obbligatoria dal 28 novembre 2004, prima domenica d’Avvento.

5. Nuovo Rito del matrimonio (2004)

Nelle Premesse generali vengono innanzitutto ricordate le più importanti affermazioni teologiche sul sacramento del matrimonio, si parla della sua importanza e dignità, vengono date indicazioni pastorali per la preparazione degli sposi.

Certamente la cele­brazione del matrimonio in via ordinaria si deve compiere durante la Messa. In tale forma emerge infatti meglio la connessione del sa­cramento con il Mistero pasquale di Cristo. Tuttavia per una giusta causa si può celebrare senza la Messa, anzi, in qualche circostanza è consigliabile omettere la celebrazione dell’Eucaristia, quando ad es. gli sposi sono lontani dalla vita della Chiesa o non intendono co­municare.

Come Messa del matrimonio si dice la Messa degli sposi del nuovo Messale (cf. Messe rituali) a meno che si tratti di una Messa cui partecipa la comunità parrocchiale in domenica o solennità (n. 34). Tuttavia si deve sempre usare il formulario del giorno nel Triduo Pasquale, nelle domeniche del tempo d’Avvento, Quare­sima e Pasqua, nelle solennità di Natale, Epifania, Ascensione, Pente­coste, SS. Corpo e Sangue di Cristo o un’altra solennità di pre­cetto.
a) Rito del matrimonio nella celebrazione eucaristica
Ha la seguente strut­tura:
-
Riti d’introduzione con accoglienza degli sposi e corteo all’altare;
-
Memoria del Battesimo;
- Liturgia della Parola con omelia;
- Liturgia del matrimonio:
* Interrogazioni prima del consenso (tre forme);
*
Manifestazione del consenso (tre forme);
* Accoglienza del consenso (due formule);  
* Benedizione e consegna degli anelli;
* Incoronazione degli sposi (da noi non permessa)
;
* Imposizione del velo sugli sposi (velazione; da noi non permessa )
;
* Benedizione nuziale (quattro forme);
* Preghiera dei fedeli e invocazione dei Santi;
-
Liturgia eucaristica;
- Riti di conclusione.

 

b) Rito del matrimonio nella celebrazione della Parola

Se il matrimonio non può aver luogo nella Messa, che è il caso ideale, oppure non lo si desidera in tale sede, i riti nuziali descritti hanno luogo nel quadro di una liturgia della Parola. Lo schema è seguente:
- Riti d’introduzione;
- Memoria del Battesimo;
- Liturgia della Parola;
- Liturgia del matrimonio:
* Interrogazioni prima del consenso;
* Manifestazione del consenso;
* Accoglienza del consenso;  
* Benedizione e consegna degli anelli;
* Benedizione nuziale;
* Preghiera dei fedeli;
- Preghiera del Signore;
- Consegna della Bibbia;
- Riti di conclusione.

c) Rito del matrimonio tra una parte cattolica e una parte catecumena o non cristiana

Nel matrimonio tra un cattolico e un non battezzato si deve seguire un rito particolare, che ha il seguente schema:
- Rito d’accoglienza;
- Liturgia della Parola;
- Celebrazione del matrimonio:
* Interrogazioni prima del consenso;
* Manifestazione del consenso;
* Accoglienza del consenso;  
* Benedizione e consegna degli anelli;
* Benedizione nuziale;
* Preghiera dei fedeli;
- Preghiera del Signore;
- Riti di conclusione.

6. Consenso matrimoniale (CCC 1625-1632)

I protagonisti del matrimonio sono un uomo e una donna battezzati, liberi di contrarre il matrimonio e che esprimono liberamente il loro consenso. “Essere libero” vuol dire:

- non subire costrizioni;

- non avere impedimenti in base ad una legge naturale o ecclesiastica.

Secondo l’insegnamento della Chiesa lo scambio del consenso tra gli sposi è l’elemento indispensabile “che costituisce il matrimonio” (CIC 1057§1). Di conseguenza, se manca il consenso, non c’è matrimonio (cf. GS 48; CIC 1057§2). Grazie ad esso i due diventano “una carne sola” (cf. Gen 2, 24; Mc 10, 8; Ef 5, 31).

Il consenso deve essere un atto della volontà di ciascuno dei contraenti, libero da violenza o da grave costrizione esterna (cf. CIC 1103). Nessuna potestà umana può sostituirsi a questo consenso (cf. CIC 1057§1). Se tale libertà manca, il matrimonio è invalido.

Per questo motivo (o per altre cause che rendono nullo e non avvenuto il matrimonio; cf. CIC 1095-1107) la Chiesa può, dopo esame della situazione da parte del tribunale ecclesiastico competente, dichiarare “la nullità del matrimonio”, vale a dire che il matrimonio non è mai esistito. In questo caso i contraenti sono liberi di sposarsi, salvo rispettare gli obblighi naturali derivati da una precedente unione (cf. CIC 1071).

Il consenso va accolto dal sacerdote o diacono che assiste alla celebrazione del matrimonio; lo accoglie a nome della Chiesa e dà la benedizione della Chiesa. La presenza del ministro della Chiesa (e anche dei testimoni) esprime visibilmente che il matrimonio è una realtà ecclesiale.

7. Matrimoni misti e la disparità di culto (CCC 1633-1637)

Il numero dei matrimoni tra sposi di diversa confessione è andato sempre crescendo nella seconda metà del nostro secolo. Non sempre dietro un tale vincolo c’è l’indifferentismo religioso. Proprio per questo molti partners di diversa confessione lamentano il fatto che la legislazione canonica nel matrimonio nella Chiesa di uno degli sposi non rispetta la coscienza dell’altro e si giunge così a frequenti diver­genze con i familiari. A questo disagio dai molti aspetti cercò di rimediare il Motu proprio «Matrimonia mixta» di Paolo VI, del 31 mar­zo 1970, introducendo la possibilità in caso di difficoltà gravi di chiedere la dispensa dalla forma canonica del matrimonio. Essa viene concessa dal vescovo su domanda degli sposi, attraverso il com­petente parroco cattolico, e ha per conseguenza che già il consenso pubblico e legale davanti all’ufficio di stato civile costituisce un valido matrimonio. «Esso viene iniziato davanti a Dio ed è un sacramento. Al riguardo si dovrebbe considerare che una forma religiosa corri­sponde meglio alla dignità del sacramento che non il matrimonio solo civile... Alla celebrazione ecclesiastica sia nella chiesa cattolica che ­con dispensa dall’obbligo della forma - in una chiesa non cattolica può prendere parte volta a volta il ministro dell’altra confessione. Per molti questa sarà una confortante conferma che essi rimangono nella comunione della loro Chiesa anche quando il matrimonio ha luogo nella chiesa del loro partner. I responsabili delle Chiese cerche­ranno insieme di elaborare testi per una tale celebrazione».

Ultimamente, anche da noi, si presenta assai di frequente la situazione del matrimonio misto (fra cattolico e battezzato non cattolico). Il caso di matrimonio con disparità di culto (fra cattolico e non-battezzato) esige una circospezione ancora maggiore.

La diversità di confessione fra i coniugi non costituisce un ostacolo insormontabile per il matrimonio, allorché essi arrivano a mettere in comune ciò che ciascuno di loro ha ricevuto nella propria comunità, e ad apprendere l’uno dall’altro il modo in cui ciascuno vive la sua fedeltà a Cristo. Ma le difficoltà dei matrimoni misti non devono neppure essere sottovalutate. Esse sono dovute al fatto che la separazione dei cristiani non è ancora superata. Gli sposi rischiano di risentire il dramma della disunione dei cristiani all’interno stesso del loro focolare. La disparità di culto può aggravare ulteriormente queste difficoltà. Divergenze concernenti la fede, la stessa concezione del matrimonio, ma anche mentalità religiose differenti possono costituire una sorgente di tensioni nel matrimonio, soprattutto a proposito dell’educazione dei figli. Una tentazione può allora presentarsi: l’indifferenza religiosa.

Secondo il diritto canonico, un matrimonio misto necessita, per la sua liceità, dell’espressa licenza dell’Ordinario diocesano (cf. CIC 1124). In caso di disparità di culto è richiesta, per la validità del matrimonio, un’espressa dispensa dall’impedimento (cf. CIC 1086). Questa licenza o questa dispensa suppongono che entrambe le parti conoscano e non escludano i fini e le proprietà essenziali del matrimonio come pure gli obblighi contratti dalla parte cattolica riguardanti il Battesimo e l’educazione dei figli nella Chiesa cattolica (cf. CIC 1125).

Nei matrimoni con disparità di culto lo sposo cattolico ha un compito particolare: infatti “il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente” (cf. 1Cor 7, 14). E’ una grande gioia per il coniuge cristiano e per la Chiesa se questa “santificazione” conduce alla libera conversione dell’altro coniuge alla fede cristiana (cf. 1Cor 7, 16).

8. Effetti del sacramento del Matrimonio (CCC 1638-1642)

“Dalla valida celebrazione del matrimonio sorge tra i coniugi un vincolo di sua natura perpetuo ed esclusivo; inoltre nel matrimonio cristiano i coniugi, per i compiti e la dignità del loro stato, vengono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento” (CCC 1134).

a) Vincolo matrimoniale (CCC 1639-1640)

Il consenso, mediante il quale gli sposi si donano e si ricevono mutuamente, è suggellato da Dio stesso (cf. Mc 10, 9). Dalla loro alleanza “nasce, anche davanti alla società, l’istituto (del matrimonio) che ha stabilità per ordinamento divino” (GS 48). L’alleanza degli sposi è integrata nell’alleanza di Dio con gli uomini: “L’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino” (GS 48).

Bisogna allora affermare con forza che il vincolo matrimoniale è stabilito da Dio stesso, così che il matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può mai essere sciolto. Questo vincolo, che risulta dall’atto umano libero degli sposi e dalla consumazione del matrimonio, è una realtà ormai irrevocabile e dà origine ad un’alleanza garantita dalla fedeltà di Dio. Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina (cf. CIC 1141).

b) Grazia del sacramento del matrimonio (CCC 1641-1642)

 La grazia propria del sacramento del Matrimonio è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi, a rafforzare la loro unità indissolubile. In virtù di questa grazia essi “si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole” (LG 11).

E’ da notare che Cristo stesso è la sorgente di questa grazia (cf. GS 48). Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri (cf. Gal 6, 2), di essere “sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21) e di amarsi di un amore soprannaturale, delicato e fecondo. Nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare egli concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello.

9. Beni ed esigenze dell’amore coniugale (CCC 1643-1654)

Giovanni Paolo II scrive: “L’amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona - richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà -; esso mira a una unità profondamente personale, quella che, al di là dell’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un’anima sola; esso esige l’indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca definitiva e si apre sulla fecondità. In una parola, si tratta di caratteristiche normali d’ogni amore coniugale, ma con un significato nuovo che non solo le purifica e le consolida, ma anche le eleva al punto da farne l’espressione di valori propriamente cristiani”.

a) Unità e indissolubilità del matrimonio (CCC 1644-1645)

L’amore degli sposi esige, per sua stessa natura, l’unità e l’indissolubilità della loro comunità di persone che ingloba tutta la loro vita: “Così che non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19, 6; cf. Gen 2, 24). Essi “sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale” (FC 19).

“L’unità del matrimonio confermata dal Signore appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell’uomo che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore” (GS 49). La poligamia è contraria a questa pari dignità e all’amore coniugale che è unico ed esclusivo (cf. FC 19).

b) Fedeltà dell’amore coniugale (CCC 1646-1651)

L’amore coniugale esige dagli sposi una fedeltà inviolabile. E’ questa la conseguenza del dono di se stessi che gli sposi si fanno l’uno all’altro. L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”. “Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità” (GS 48).

La motivazione più profonda si trova nella fedeltà di Dio alla sua alleanza, di Cristo alla sua Chiesa. Dal sacramento del matrimonio gli sposi sono abilitati a rappresentare tale fedeltà e a darne testimonianza. Dal sacramento, l’indissolubilità del Matrimonio riceve un senso nuovo e più profondo.

Può sembrare difficile, persino impossibile, legarsi per tutta la vita ad un essere umano. E’ perciò quanto mai necessario annunciare la buona novella che Dio ci ama di un amore definitivo e irrevocabile, che gli sposi sono partecipi di quest’amore, che egli li conduce e li sostiene, e che attraverso la loro fedeltà possono essere i testimoni dell’amore fedele di Dio (cf. FC 20).

Esistono tuttavia situazioni in cui la coabitazione matrimoniale diventa praticamente impossibile per le più varie ragioni. In tali casi la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi e la fine della coabitazione. I coniugi non cessano d’essere marito e moglie davanti a Dio. Di conseguenza, non sono liberi di contrarre una nuova unione.

In questa difficile situazione, la soluzione migliore sarebbe, se possibile, la riconciliazione (cf. FC 83; CIC 1151-1155).

Oggi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo («Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio»: Mc 10, 11-12 ), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità e certi ministeri ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza.

Nei confronti dei cristiani che vivono in questa situazione e che spesso conservano la fede e desiderano educare cristianamente i loro figli, i sacerdoti e tutta la comunità devono dare prova di un’attenta sollecitudine affinché essi non si considerino come separati dalla Chiesa, alla vita della quale possono e devono partecipare in quanto battezzati. C’insegna Giovanni Paolo II: «Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza, per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio» (FC 84).

c) Apertura alla fecondità (CCC 1652-1654)

Nella “Gaudium et spes”, il Concilio c’insegna: “Per sua indole naturale, l’istituto stesso del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all’educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento” (n. 48). E ancora: «I figli sono il dono prezioso del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori. Lo stesso Dio che disse: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2, 18) e che “creò all’inizio l’uomo maschio e femmina” (Mt 19, 4), volendo comunicare all’uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l’uomo e la donna, dicendo loro: “Crescete e moltiplicatevi” (Gen 1, 28). Di conseguenza la vera pratica dell’amore coniugale e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre gli altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza d’animo, siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» (n. 50).

Nei confronti dei loro figli i genitori sono i primi e principali educatori. In questo senso il compito fondamentale del matrimonio e della famiglia è di essere al servizio della vita (cf. FC 28).

I coniugi ai quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente. Il loro matrimonio può risplendere di una fecondità di carità, d’accoglienza e di sacrificio.

10. Chiesa domestica (CCC 1655-1658)

Cristo ha voluto nascere e crescere in seno alla Santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la “famiglia di Dio”. Fin dalle sue origini, il nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la loro famiglia, erano divenuti credenti (cf. At 18, 8). Allorché si convertivano, desideravano che anche tutta la loro famiglia fosse salvata (cf. At 16, 31). Queste famiglie divenute credenti erano piccole isole di vita cristiana in un mondo incredulo.

Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. E’ per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia “Ecclesia domestica” - Chiesa domestica (LG 11; cf. FC 21). E’ in seno alla famiglia che “i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale” (LG 11).

E’ qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, “con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità” (LG 11). Il focolare è così la prima scuola di vita cristiana e “una scuola d’umanità più ricca” (GS 52). E’ qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita.

11. Celebrazione del fidanzamento e degli anniversari di matrimonio

a) Fidanzamento

Il fidanzamento «come espressione della ferma volontà di due per­sone di contrarre il matrimonio», ha le sue radici nel diritto matri­moniale dell’antico Oriente, della Grecia e dell’antica Roma, e nel «fidanzamento delle arre» che ne deriva, sviluppatosi dall’uso dell’acquisto della sposa. In esso da parte dello sposo veniva pagato al padre della sposa una caparra (arrha) come pegno della conclusione del contratto sulla futura consegna della sposa. Questa caparra divenne più tardi un anello per la sposa, la quale ora era considerata strettamente unita allo sposo e anche tenuta davanti al diritto alla fedeltà al suo fidanzato (sponsalia de futuro). Il vero contratto matrimoniale (sponsalia de praesenti) seguiva più tardi con la consegna della sposa e la sua introduzione in casa da parte dello sposo.

Con il cristianesimo dapprima non cambiò nulla in questi costumi familiari domestici. Dal sec. XI in Occidente i riti del fidanzamento si fusero con quelli del matrimonio (v. sopra). Tuttavia in alcuni rituali diocesani del Medioevo e dell’epoca moderna si mantenne l’uso di un fidanzamento con intervento ecclesiastico; il Rituale Romanum del 1614 invece non tiene alcun conto di un tale rito<!--[if !supportFootnotes]-->[19]<!--[endif]-->. Il CIC del 1917 tratta solo la parte giuridica del fidanzamento (can. 1017); il CIC del 1983 vi vede una questione del diritto particolare, che va determinato dalle Conferenze episcopali considerando gli usi e le leggi civili (can. 1062§1). Di una celebra­zione liturgica non si parla minimamente.

Però il Benedizionale romano apparso nell’autunno 1984 (come parte del Rituale romanum) contiene un rito di fidanzamento. Esso può essere guidato da uno dei genitori o da un altro laico o anche da un sacerdote o diacono; in quest’ultimo caso bisogna far attenzione che la celebrazione non sia scambiata dai presenti con quella del matrimonio (196). Sempre per questa preoccupazione viene proibito di unirla con una Messa (198). Mantenendo la struttura e gli elementi importanti del rito, questo può essere adattato alle circostanze. Esso consiste in:

* riti d’introduzione,

* liturgia della Parola,

* bene­dizione degli anelli o d’altri doni di fidanzamento,

* preghiera di benedizione con una formula di benedizione conclusiva.

b) Celebrazione liturgica degli anniversari di matrimonio

Già nel primo Medioevo s’incontrano testi liturgici per il trente­simo giorno dopo il matrimonio e per gli anniversari. Però solo con l’inizio dell’Illuminismo si trovano in molti rituali diocesani dei riti per le nozze d’oro e più tardi anche per quelle d’argento. Il Rituale romanum solo nel 1950 accoglie un tale rito.

Il nuovo Messale raccomanda per gli anniversari del matrimonio, quando è possibile secondo le rubriche, la Messa votiva di ringra­ziamento (MI 747), presentando le orazioni presidenziali, per l’anni­versario, il venticinquesimo e il cinquantesimo di matrimonio (MI 748-750).

 

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